Premessa

La storia del mondo nel XX secolo, e la rivoluzione di civiltà trainata dalla ricerca scientifica e dalla innovazione tecnologica che tale secolo ha vissuto, sono state profondamente segnate dalla competizione senza esclusione di colpi – salvo quelli di guerra aperta – fra le due grandi superpotenze mondiali USA e URSS, che proponevano due modelli socio–politici ed economici radicalmente diversi e per molti aspetti antagonisti.

Da un lato un sistema che affida lo sviluppo della economia ai meccanismi spontanei del libero mercato, con uno stato “leggero” che assiste e interviene solo con correttivi più o meno rilevanti a seconda dei momenti storici, per garantire l’erogazione ai cittadini dei servizi sociali fondamentali (istituzione, salute, ecc.) e per promuovere processi di ridistribuire della ricchezza nella misura necessaria a sostenere la domanda. Dall’altro uno stato pervasivo, padrone di tutti i mezzi di produzione, che si sostituisce all’imprenditore privato ed ha dunque tutti gli strumenti – e d’altro lato l’esplicito ruolo – per programmare e gestire l’economia con tutti i relativi corollari (servizi sociali, equilibrio fra domanda e offerta, ecc.)

Sul finire del secolo, l’URSS e il blocco dei paesi del cosiddetto “socialismo realizzato” alzavamo bandiera bianca riconoscendo la propria sconfitta:una resa incondizionata maturata su spinte prevalentemente interne, che un regime autoritario e repressivo ( e incapace di elargire quella plètora di beni spesso inutili che il blocco opposto dispensava a piene mani) non era più in grado di contenere.

Restava così campo aperto al modello neoliberista estremo adottato e propugnato dagli USA, fatto proprio ora dal resto del mondo con l’assenza di senso critico proprio dei neofiti: un modello che assegna alla dinamica del libero mercato il ruolo di propulsione, regolatore e stabilizzatore non solo della economia, ma anche dell’assetto socio-politico addirittura dell’etica e dei canoni culturali.

In realtà, basta un minimo di senso critico associato a una analisi serena dei fatti e dei dati, a dimostrare che il modello di civiltà che andiamo in tal modo costruendo – benché basato su nuovi saperi prodotti dalla scienza – non è in grado di portarci molto lontano; ed anzi, se non introdurremo tempestivamente correttivi pesanti, va portandoci inesorabilmente verso scenari futuri di irrimediabili difficoltà, o addirittura di catastrofe.

L’attuale modello di sviluppo non è sostenibile per – almeno – tre ordini di motivi:

  1. esso è basato su un consumo di fonti energetiche fossili così elevato da comportare, entro pochi decenni, l’esaurimento delle riserve che il Pianeta possiede.
  2. l’impatto ambientale indotto è tale non solo da produrre punti di crisi localizzati e temporanei; esso perturba così pesantemente l’equilibrio complessivo della Terra da innescare mutamenti meteo climatici globali con esiti catastrofici.
  3. Uno sviluppo economico trainato da un unico motore – la generazione di profitto per i soggetti mondiali più forti – amplifica vieppiù la forbice fra l’esagerata ricchezza a disposizione di pochi, e la fame e la miseria dei più; inducendo tensioni socio politiche così forti e “oggettive” che non potranno essere a lungo controllate – come oggi avviene – con le armi e con altre forme di violenza proprie dell’imperialismo.

Queste affermazioni sono così evidentemente basate su fatti, che non le metteremo nemmeno in discussione, facendone il punto di partenza, e non quello di arrivo, dei nostri ragionamenti.

D’altra parte, noi non abbiamo ricette da proporre, che possano consentire all’umanità di navigare verso lidi più tranquilli e sicuri. E tuttavia ce la sentiamo di enunciare già qui due principi, che verranno motivati e approfonditi, nelle loro cause e nelle loro conseguenze, nei capitoli che seguono:

  1. non v’è via di uscita alle difficoltà che si prospettano, se non partiamo da una critica impietosa e una profonda revisione della scala dei valori che oggi la nostra civiltà ha adottato, in particolare per quanto riguarda i modi di consumare
  2. il motore primo che traina lo sviluppo della nostra civiltà, è il sapere scientifico e l’innovazione tecnologica che ne segue. Non potrà esservi sviluppo equo – né democrazia compiuta – fino a che questa grande risorsa immateriale non apparterrà a tutti i popoli, e a tutti i cittadini di ogni paese.

Questo libro è articolato in capitoli.

Nel primo capitolo presentiamo la nostra analisi delle cause che hanno determinato il fallimento dei regimi del socialismo realizzato. Usando una nota metafora, nell’ansia di liberarsi dell’acqua sporca, si è buttato via anche il bambino, il cui recupero può essere invece a nostro avviso utile alla costruzione di un modello di sviluppo sostenibile alternativo. Siamo infatti convinti – e crediamo che gli argomenti portati in questo libro lo dimostrino – che tale nuovo modello possa solo scaturire da una sintesi fra tutte le soluzioni finora sperimentate; e che nessuno abbia titolo per imporre alcuna magica ricetta.

Il secondo capitolo è dedicato alla analisi del sistema energetico mondiale, e delle sue prospettive nei prossimi decenni. Il fatto più preoccupante, non è la conferma della non – sostenibilità di un modello basato sul ricorso pressoché esclusivo alle fonti energetiche fossili, quanto piuttosto la constatazione che non esistono fonti energetiche realmente alternative a quelle fossili. L’unica via di uscita può essere faticosamente costruita solo a partire da una critica severa dei modi di consumare; con il che anche il problema energetico si riduce a una questione di valori, e dunque di carattere etico – culturale.

Nel terzo capitolo discuteremo l’evoluzione subita negli ultimi decenni dalla scala dei valori generalmente accettata; valori funzionali alla generazione di profitto a vantaggio di pochi, e fortemente promossa dai mezzi di comunicazione di massa.

Nel quarto capitolo ci occuperemo di cultura, di come essa sia condizione per lo sviluppo economico e per la qualità della vita. E’ necessario uno sforzo collettivo per promuovere la diffusione e la valorizzazione della cultura scientifica, non in antagonismo, ma al contrario in forte sinergia con la cultura umanistica; guardando al futuro, ma in stretta continuità con la tradizione.

Nel quinto capitolo discuteremo quale profonda evoluzione abbia subito nel corso del XX secolo la visione scientifica del mondo.

Nel sesto capitolo ci occuperemo di educazione, con particolare attenzione alla educazione scientifica, come strumento per diffondere nella società le grandi potenzialità del metodo scientifico ai fini della competitività sul mercato globale; ma anche come precondizione per la più ampia partecipazione sociale alle scelte, e dunque per realizzare una democrazia compiuta.

 

Finestra alla premessa

Proprio in queste settimane, mentre stiamo scrivendo questo libro, il sistema mondiale della finanza è investito da una tempesta che va assumendo via via i connotati di una crisi strutturale e non più solo congiunturale: i grandi operatori finanziari nazionali e mondiali ( banche, assicurazioni, talvolta gli stessi tesorieri dello stato, ecc.) evidenziano una difficoltà crescente a far fronte agli impegni contratti nei confronti dei loro creditori. E con effetto domino queste difficoltà si trasferiscono all’intero mercato globale, generando perdite che rimbalzano via via più in basso rischiando di cadere infine sulle spalle dei piccoli risparmiatori e in definitiva di tutti i cittadini.

Vale la pena interrogarsi su quale sia il meccanismo perverso che ha generato questa crisi. Nell’economia moderna ( ma anche, se pure in minor misura, nelle economie dei passati secoli) il ricorso al credito (l’opportunità di potersi far prestare denaro su interesse e a fronte di opportune garanzie) ha sempre giocato un ruolo fondamentale di traino dello sviluppo. Ricorrono al credito, nei confronti del sistema bancario ( sperabilmente non nei confronti degli usurai) i singoli cittadini e le famiglie, le aziende grandi e piccole, le imprese industriali e commerciali, ecc. Anche lo Stato fa sistematico ricorso al credito: in questo caso sono i cittadini quelli che erogano il prestito, affidando allo Stato parte dei loro risparmi a fronte della garanzia ( i “ buoni del tesoro”) che il prestito verrà rimborsato, entro un tempo stabilito, accompagnato da interessi in misura concordata.

Quando il prestito viene chiesto (e ottenuto) per compiere investimenti produttivi, si ingenera un processo virtuoso che produce ricchezza: se l’investimento è stato oculato, esso produrrà un ritorno economico ( una remunerazione)sufficiente a garantire la restituzione del prestito e dei relativi interessi, nonché i profitti per l’investitore.

Anche l’emissione dei buoni del tesoro ( il prestito che lo Stato ottiene dai cittadini) può essere correttamente usato per fare investimenti produttivi ( o comunque socialmente utili). Un processo economicamente virtuoso può ingenerarsi anche ( e in generale si ingenera) quando il prestito viene chiesto e usato da un comune cittadino per acquistare beni immobili o comunque durevoli. Nel caso, ad esempio, di un mutuo fondiario per l’acquisto della casa in cui vivere, le rate del mutuo saranno almeno parzialmente compensate dal risparmio del canone di fitto: e una volta estinto il mutuo, resta la ricchezza rappresentata da un bene durevole e primario come è la casa. Analogamente, lo Stato può usare il prestito ottenuto dai cittadini per realizzare infrastrutture e strutture ( ad esempio autostrade e ferrovie, centrali elettriche , ecc.) che sono beni remunerativi e comunque socialmente utili.

Lo Stato può anche investire nel potenziamento del sistema degli armamenti. In questo caso, dove è il vantaggio? Può apparire che si tratti di un investimento totalmente a perdere. Ed è certamente così, se le armi servono per fare una guerra che poi si perde. Ma se la guerra la si vince? Può essere che la vittoria consenta al vincitore di imporre penali a che ha perso, o di impadronirsi di risorse del suo territorio (petrolio).

Ma non divaghiamo, e torniamo ai comuni cittadini e ai prestiti da essi contratti: abbiamo visto fin qui solo esempi virtuosi; vediamo ora un caso perverso. Questo si presenta quando il cittadino, non avendo risorse economiche sufficienti a far fronte ai suoi quotidiani bisogni, chiede un prestito per comprare non beni stabili e produttivi, ma beni di consumo. In questo caso egli impiega la provvista finanziaria straordinaria per vivere l’oggi ad un livello superiore alle sue reali possibilità, e scaricando le difficoltà sul futuro. Che sembrava lontano (alcuni anni?): ma invece presto arriva. E allora, con la coperta corta, deve non solo far fronte ai suoi ordinari consumi, che erano già troppo elevati rispetto alle sue ordinarie capacità:ma deve anche ripagare il prestito, giunto a scadenza onerato anche degli interessi. Come uscirne? La via maestra sarebbe quella di stringere la cinghia; la scelta improvvida e miope è quella di cercare e ottenere un nuovo prestito,da usare per trasferire a un nuovo futuro – aggravato da nuovi oneri – le difficoltà già provocate dal primo prestito, e dal suo imprevidente impiego. L’unico soggetto che ci guadagna, in questo gioco delle parti, è la banca che concede il prestito. Essa dispone in generale di ingente liquidità, rappresentata dal complesso dei conti correnti accesi dai suoi clienti, su cui essa riconosce un interesse irrisorio: mentre riceve un interesse assai più elevato quando quella liquidità la concede in prestito: la differenza fra i due tassi è tutta a suo vantaggio, almeno fino a che il cliente debitore salda il suo debito regolarmente alla naturale scadenza ( o eventualmente, dopo una o più proroghe). Ma che succede se il cliente è insolvente? Fino a che il fenomeno dell’insolvenza si limita a casi isolati, irrilevanti in percentuale e in valore assoluto, la cosa non è grave, ed anzi può tradursi in ulteriori vantaggi per la banca. Si procederà infatti alla confisca del bene dato in garanzia ( nel caso di un mutuo fondiario, la casa acquistata); e poi vendendo, con opportuna calma, il bene confiscato, la banca avrà un ricavo addirittura maggiore del prestito erogato.

Ma se il fenomeno dell’insolvenza si generalizza, possono cominciare i guai. Il gran numero di case poste in vendita, farà scendere il prezzo di mercato; per questo, e per il ritardo con cui la vendita si concretizza, la banca può avere difficoltà a realizzare i suoi ricavi e entrare a sua volta in crisi di liquidità. A questo punto, avrà difficoltà a onorare i depositi dei suoi correntisti; e appena ciò accade, si ingenera un meccanismo a catena conseguente alla perdita di fiducia dei clienti nei confronti della banca: anche coloro che non ne hanno reale bisogno, ritirano i loro depositi, aggravando ed evidenziando ancor più la insolvenza della banca. La crisi di fiducia può allargarsi a macchia d’olio, spingendo i risparmiatori a vendere le proprie azioni, e ciò provoca – come sempre accade quando l’offerta prevale sulla domanda – il crollo dei mercati finanziari.

Pur nel suo estremo schematismo, questa nostra descrizione semplificata dei meccanismi che portano alla crisi è sufficiente a farci comprendere come le prime contromisure adottate dal governo USA e dalla maggior parte dei governi europei e delle altre potenze economiche mondiali – consistenti nel versare liquidità nelle casse delle banche in difficoltà – siano da un lato a vantaggio dei soggetti forti (le banche, che vengono foraggiate con denaro pubblico, e dunque appartenente ai cittadini): e siano d’altro lato meramente congiunturali, intervenendo sugli effetti e non sulle cause che sono l’eccessivo indebitamento dei cittadini e un po’ di tutti ( imprese, enti pubblici, ecc). La corsa al profitto facile induce la tendenza a vivere da cicale e spendere più di quanto si produca.

L’ammaestramento che occorre trarre, è che il mercato senza regole non è affatto in grado di autoregolarsi; come già accadde a seguito della crisi del ’29, è necessario uno stato che eserciti una sua azione di controllo preventivo e sistematico dell’economia, non limitandosi a intervenire a posteriori per cercare di rimettere a posto i cocci di ciò che resta dopo la crisi. La parola d’ordine “più mercato meno stato” ha mostrato ormai la sua inadeguatezza e i suoi limiti.

 

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