Scienza e mercato

 

La scienza e la ricchezza delle nazioni

Nel luglio del 1945, mentre la guerra in Europa è ormai terminata e quella nel Pacifico ancora continua, il direttore dell’US Office of Scientific Research and Development, il dottor Vannevar Bush, redige per il nuovo Presidente degli Stati Uniti, Harry S. Truman, il rapporto Science: The Endless Frontier. La scienza, la frontiera che non ha confini.

Vannevar Bush, che è stato l’influente consigliere scientifico di Franklin D. Roosevelt, sta coordinando i ricercatori americani mobilitati per vincere il conflitto, i fisici che stanno portando a termine il Progetto Manhattan. Il rapporto che propone al neopresidente, Harry S. Truman, è destinato a segnare un autentico punto di svolta nella storia della «Repubblica della Scienza». Perché è proprio nella scienza di base condotta nelle università che il dottor Bush individua le fondamenta su cui edificare la sicurezza nazionale della potenza che sta  per vincere la Seconda Guerra Mondiale e progettare il nuovo ordine mondiale per l’era di pace che dovrebbe conseguirne.

Non appena il conflitto sarà finito e il tempo di pace sarà iniziato, sostiene il rapporto, il governo federale dovrà smantellare senza esitazione l’Office of Scientific Research and Development, diretto dallo stesso Bush, allestito per il tempo di guerra e che per la guerra ha mobilitato – con straordinari risultati – migliaia di scienziati accademici. Ma occorre, sostiene ancora il rapporto, che l’Amministrazione federale preservi lo spirito di quell’ufficio. E continui a mobilitare gli scienziati accademici per ottenere risultati altrettanto straordinari che consentano alla nazione americana di vincere le sfide del dopoguerra e consolidare la sicurezza economica e sociale, finanche sanitaria – oltre che militare – degli Stati Uniti. Mobilitare la scienza accademica significa fornirle, con grande generosità, risorse finanziarie e umane, perché possa realizzare in piena libertà le sue ricerche, anche quando si tratta di studi – come la matematica superiore o l’astrofisica – che non hanno un’immediata ricaduta pratica.

Dopo il rapporto – e dopo che le esplosioni di Hiroshima e Nagasaki hanno fornito al mondo intero una tragica, ma potente dimostrazione dei risultati cui può condurre la mobilitazione degli scienziati accademici – le fortune personali del dottor Bush declinano. Ma molte delle sue indicazioni saranno seguite da Truman e dai i presidenti che lo seguiranno alla Casa Bianca. La scienza assume un ruolo strategico negli Stati Uniti. In ambito militare, ma anche in ambito civile. Nascono nuovi enti, come la National Science Foundation, incaricata dal governo federale di sostenere e coordinare le attività di ricerca nelle università americane; i National Institutes of Health, per sostenere e coordinare le attività di ricerca biomedica. Più tardi nascerà la NASA, che porterà il sogno americano nello spazio. Grazie dunque alla precisa scelta politica consigliata da Vannevar Bush, la scienza diventa la leva principale dello sviluppo americano e gli scienziati che lavorano nelle università si trovano a gestire in tutti i settori, applicativi e di  base, risorse, finanziarie e umane, senza precedenti. Una scelta strategica e squisitamente politica che fa sì che da sessant’anni gli Stati Uniti siano la massima potenza militare e il paese guida per lo sviluppo tecnologico ed economico del pianeta.

 

Dalla scienza accademica alla scienza post-accademica

Il successo della strategia indicata da Bush – la scienza accademica come leva dello sviluppo – determina una seria evoluzione nel rapporto tra scienza e società, tanto da poter considerare il suo Science: The Endless Frontier, come l’inizio di quella che John Ziman chiama la transizione dalla scienza accademica alla scienza post-accademica che ridisegna radicalmente, attraverso rapporti nuovi tra ricerca e politica, la fisionomia del mondo scientifico.

Un mondo che alla sua nascita, nel XVII secolo, aveva rivendicato la piena autonomia da due poteri: politico e religioso. Anche se fin dalle origini della nuova scienza i rapporti tra scienziati e politici (o, più in generale, tra scienziati e potere) sono tutt’altro che rari e distaccati – valga per tutti l’esempio di Galileo Galilei, che nel 1609 offre il suo cannocchiale perfezionato al Senato della Repubblica di Venezia e nella primavera del 1610 dedica a Cosimo II de’ Medici, Granduca di Toscana, il suo Sidereus Nuncius – e benché il mecenatismo, la benevolenza munifica dei potenti, sia tra le principali fonti di sostentamento per i matematici, gli astronomi e i filosofi naturali di tutta Europa, la pratica dell’autonomia da parte della nuova comunità transnazionale in fieri non ne risulta intaccata. Perché, in definitiva, la scienza appare più come un’impresa culturale che ha un valore in sé che non la leva dello sviluppo economico e militare di una nazione. E ciò per oltre tre secoli e mezzo: nonostante l’evoluzione dei regimi politici, lo sviluppo delle conoscenze scientifiche, comprese le conoscenza immediatamente applicabili, e i cambiamenti strutturali del  modo di lavorare degli scienziati.

Solo nel XIX secolo quella dello scienziato è diventata una professione riconosciuta e la carriera degli uomini che praticano la ricerca ha iniziato a svolgersi nelle università. Solo nel XIX secolo è nata la «scienza accademica», rendendo formali i rapporti tra la comunità degli scienziati e le istituzioni politiche dei singoli stati.
Malgrado questa transizione, la comunità degli scienziati divenuta accademica ha continua ad autoregolarsi – sostiene il sociologo Robert K. Merton – sulla base di cinque grandi valori originari e condivisi. I valori noti con l’acronimo di CUDOS:

 

C Comunitarismo conoscenza pubblica e accessibile a tutti dei risultati della ricerca
U Universalismo chiunque può fornire un contributo al progresso delle conoscenze indipendentemente dalla sua razza, nazione, sesso, religione, pensiero politico
D Disinteresse fornendo il suo contributo allo sviluppo della conoscenza lo scienziato non persegue i suoi interessi personali
O Originalità produzione di conoscenza nuova e non banale
S scetticismo sistematico nella comunità scientifica non vale l’ipse dixit, ma tutto può e deve essere discusso e verificato

 

La ricerca naturalmente, non si svolge solo nelle università. Esistono già  a partire dal XIX secolo e, ancor più, all’inizio del XX secolo, gruppi di scienziati che lavorano nelle e per le industrie o su obiettivi specifici per lo stato [1], inoltre le conoscenze scientifiche iniziano a essere sistematicamente usate per produrre innovazione tecnica, con un conseguente alto impatto sociale. In questo periodo, tuttavia, i rapporti tra scienza e politica  e tra scienza e società non sono organici e non investono ancora l’intera comunità scientifica: gli scienziati accademici non ricevono uno stipendio per fare ricerca. Hanno un impiego nelle università per insegnare e formare dei tecnici e viene concesso loro di fare ricerca nel tempo libero dall’insegnamento. In questa attività (formalmente) secondaria le istituzioni politiche non intervengono in maniera organica e sistematica né per controllare, né per dare indirizzi di ricerca all’intera comunità scientifica. Con questa sorta di mecenatismo di Stato la gran parte delle decisioni rilevanti per lo sviluppo delle conoscenze – soprattutto delle conoscenze di base, lontane da applicazioni immediate – sono prese in autonomia, all’interno della comunità scientifica stessa.

 

La rinuncia alla libertà e la “big science”

Dopo la svolta nei rapporti tra scienza e politica, successiva alla Seconda Guerra Mondiale, si registrano invece in America almeno quattro passaggi salienti che, nell’insieme, definiscono una nuova transizione .

Il primo è di carattere quantitativo: il governo federale inizia a finanziare la ricerca con quantità di denaro imponenti, pari addirittura a qualche punto percentuale della ricchezza nazionale. Nel 1930 gli Stati Uniti investono in ricerca e sviluppo l’equivalente odierno di 1,5 miliardi di dollari. Venti anni dopo, gli usa investono 30 miliardi di dollari equivalenti: venti volte di più. Oggi investono circa 360 miliardi di dollari: 12 volte più che negli anni ‘50 del XX secolo e 240 volte più che nel 1930. Ciò determina sia un rapido aumento del numero di addetti alla ricerca scientifica (oggi trovano occupazione nei laboratori più scienziati di quanti ne siano vissuti, complessivamente, in tutte le epoche precedenti), sia la progettazione e l’esecuzione di ricerche e progetti – per esempio lo sbarco dell’uomo sulla Luna – prima inconcepibili.

Il secondo è di carattere qualitativo: il governo federale degli Stati Uniti non finanzia solo la ricerca applicata, civile e militare, ma anche, in modo cospicuo, la ricerca di base o, come si dice oggi, curiosity driven. Una quota significativa, intorno al 20%, degli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo è destinata, infatti, alla scienza più puramente accademica, che non ha (o, almeno, che non si pone come obiettivo) immediate applicazioni pratiche.

In terzo investe il modo di lavorare degli scienziati. In alcuni settori, come in quello della fisica sperimentale, si inizia a fare ricerca in gruppi sempre più grandi, in modo sempre più dipendente da grandi apparecchiature e da ingenti finanziamenti che non possono essere decisi in ambito universitario. Si afferma così quella big science che aveva avuto il suo segreto prototipo nel Progetto Manhattan durante la guerra. I grandi progetti – dalla conquista della Luna alla ricerca di nuove particelle coi grandi acceleratori, fino al Progetto Genoma – impegnano migliaia di scienziati e miliardi di dollari.
Il quarto carattere di novità riguarda il fatto, decisivo, che i generosi finanziamenti concessi alla comunità scientifica, pur tenendo in considerazione l’esigenza dell’autonomia metodologica della ricerca, sono politici. Perché discussi e decisi in sede politica: nel governo e al Congresso di Washington.

Un processo sostanzialmente analogo, sia pure con modalità spesso diverse, si propaga in breve nel resto del mondo industrializzato. In Occidente (Europa, Giappone) e nei paesi del blocco comunista (in Unione Sovietica, in particolare) la scienza assume un ruolo strategico, sia in ambito militare che socioeconomico. E gli Stati si assumono il compito di definire una organica «politica della ricerca»[2].

Nel dopoguerra si consuma così una nuova soluzione di continuità: la condizione di sostanziale separatezza tra scienza (accademica) e politica viene sostituita da una fitta e crescente interpenetrazione dell’una nell’altra e gli Stati a economia matura guardano alla ricerca come a una risorsa strategica, secondo le previsioni effettuate dal grande economista Joseph Schumpeter già negli anni ’30.

L’antica torre d’avorio si apre e il rapporto tra scienza e società s’avvia a diventare molto più stretto; così, in cambio di risorse senza precedenti, la comunità scientifica è costretta ad assumere decisioni rilevanti per lo sviluppo della ricerca in compartecipazione con una serie di non esperti: politici, burocrati, manager, grande pubblico. È a questo punto che i ricercatori avvertono come pressante l’esigenza  strategica di acquisire il consenso sociale intorno alle loro attività e nasce, all’interno delle comunità scientifiche, l’esigenza di affrontare il tema della «responsabilità sociale della scienza» e di comunicare scienza al pubblico (ai pubblici) di non esperti,  cercando di conservare quell’autonomia dalla politica che era tra gli elementi fondanti della «Repubblica della Scienza» nel Seicento.

Di converso, la società nel suo complesso sempre più penetrata dalla cultura scientifica e dalle sue ricadute tecnologiche, sente pressante l’esigenza di governare la scienza, indirizzandone lo sviluppo.

Scienza e società

A partire dalla metà del XX secolo la dialettica tra scienza e società diventa dunque uno degli elementi fondanti della democrazia nelle società libere (diverso il discorso nei paesi comunisti), è cioè un elemento politico. Questo comporta alcune conseguenze inedite: sia i politici che i cittadini chiedono di compartecipare al «governo della tecnoscienza» e di assumere decisioni rilevanti per il loro sviluppo. In questo inedito rapporto emergono tre elementi chiave.

  1. Gli scienziati per poter continuare le loro ricerche «devono» cercare un difficile consenso sociale: negli ambienti politici e nell’opinione pubblica.
  2. I politici sono chiamati a prender decisioni rilevanti – come l’allocazione delle risorse – per lo sviluppo della scienza, ma secondo tempi, modalità e persino valori diversi da quelli in uso nella comunità scientifica.
  3. I cittadini tutti, infine, vivono l’irruzione della scienza (e della tecnoscienza) nel loro quotidiano e ciò impone loro di fare continuamente delle scelte, possibilmente informate e meditate. L’opinione pubblica avverte – magari in maniera confusa, ma certo impellente – la necessità nuova di «conoscere la scienza», sia per poter svolgere la sua funzione politica, sia per poter divenire padrona del proprio futuro.

A questo punto potremmo azzardare una definizione del triangolo ottimale per il governo della società nell’era post-accademica della scienza: i ricercatori che aprono volentieri le porte e le finestre della loro torre d’avorio; i politici che riconoscono il valore della scienza e la complessità del governo della società tecnoscientifica; i cittadini che riconoscono il valore primario della cultura scientifica per lo sviluppo civile ed economico della società. Sennonché …

 

Scienza e mercato

Sennonché nel rapporto tra scienza e politica, nell’ultimo quarto del XX secolo, si inserisce a forza un terzo elemento,  la ricerca privata,  che modifica ulteriormente il quadro di riferimento e ne richiede un’ulteriore riformulazione.

Anche quest’ultima svolta inizia negli Stati Uniti, quando, tra gli anni ’70 e ’80, per la prima volta dal dopoguerra, i finanziamenti alla ricerca da parte delle industrie private superano i fondi federali. Il principale finanziatore della ricerca cessa di essere lo Stato, con obiettivi di interesse generale, e diventa l’industria, con obiettivi di interesse particolare.

La trasformazione strutturale dell’economia della ricerca americana è accompagnata e anzi favorita da precise scelte politiche e anche culturali. Come le tre che, per singolare coincidenza, si verificano nell’anno 1980.

  1. Nel 1980 il Patent and Trademark Office (PTO), dopo nove anni di riflessione, concede ad Ananda Mohan Chakrabarty, biologo della società General Electric, il brevetto a protezione della proprietà intellettuale su un batterio geneticamente modificato per fungere da spazzino di rifiuti a base di idrocarburi e biodegradare scarichi industriali. Il PTO si era sempre rifiutato di brevettare un organismo vivente, in quanto il diritto di proprietà intellettuale si estende alle invenzioni umane e non ai prodotti e ai fenomeni della natura da noi scoperti. Si brevetta un’invenzione, non una scoperta. Il PTO riconosce, però, che Ananda Mohan Chakrabarty ha inventato qualcosa che prima non esisteva, non scoperto qualcosa che già esisteva. Così ricorre presso la Corte Suprema degli Stati Uniti, che nel 1980 si pronuncia. E la pronuncia è clamorosa (anche se non certo originale[3]) perché sostiene che è possibile estendere il diritto di proprietà intellettuale a «qualsiasi cosa sotto il sole fabbricata dall’uomo», sia essa vivente o non vivente: il batterio spazzino è quindi considerato un prodotto «nuovo e con caratteristiche diverse da qualsiasi altro in natura». La sentenza fa epoca.
  2. Sempre nel 1980, su richiesta della Stanford University, la stessa Corte Suprema riconosce il diritto di protezione intellettuale sulla tecnica di clonazione del Dna ricombinante messa a punto da Stanley Cohen e Herbert Boyer nel 1973. La tecnica ha un carattere generale, perché rende possibile l’analisi molecolare del Dna non solo di virus e batteri, ma anche di piante e animal e diventerà uno strumento fondamentale nei laboratori di biotecnologia.
  3. Infine, in quel medesimo 1980, il Congresso degli Stati Uniti promulga il Bayh-Dole Act, una legge che incoraggia anche i centri di ricerca pubblici a brevettare le loro invenzioni per ottenere royalties con cui finanziare ulteriori ricerche. E le università iniziano a brevettare. E poi a vendere alle industrie i loro diritti.

Questa serie di atti favorisce e accelera l’irruzione delle imprese sul fronte della scienza e dell’innovazione tecnologica. Negli anni ’60 negli Stati Uniti c’erano due dollari pubblici per ogni dollaro privato investito in ricerca e sviluppo. Oggi la situazione è completamente ribaltata: per ogni dollaro pubblico ce ne sono due privati. E in tutto il mondo (con l’unica eccezione rilevante dell’Italia) oggi i due terzi dei finanziamenti alla ricerca vengono dalle imprese private.

L’economia del mondo ne viene trasformata. Perché inizia a essere caratterizzata sempre più dalla produzione di beni ad alta tecnologia creati nelle industrie a più alta intensità di ricerca e sviluppo. Secondo il Global Insight World Industry Service la vendita di prodotti hi-tech nel mondo tra il 1980 e il 2003 cresce, al netto dell’inflazione, con una media annua del 6,4%, quasi tre volte superiore a quella degli altri prodotti (2,4%). Nel 1980 i cinque settori industriali rappresentavano l’8,1% del totale dei beni prodotti, nel 2003 la loro quota sui mercati mondiali era più che raddoppiata e ammontava, ormai al 17,7%.

Ma quella serie di atti che accadono nel 1980 favorisce e accelera non solo la crescita dell’economia globale, ma anche della cultura di mercato nel mondo della ricerca, retto fino ad allora  da una cultura  di tipo pubblico, oltre che da fondi pubblici. Nascono nuovi tipi di scienziati, che sono al contempo ricercatori e imprenditori. Nasce una nuova modalità di «scienza imprenditrice», particolarmente attiva nell’informatica e nelle biotecnologie, che rimodella ancora una volta – e su scala planetaria – gli equilibri interni al mondo della scienza.

Scienza universitaria e scienza industriale, ancora più a intrecciate, modificano, i vecchi valori fondanti dell’attività scientifica. Gli antichi valori mertoniani del CUDOS si intrecciano, sostiene John Ziman, con i nuovi valori industriali del PLACE.

 

  I valori mertoniani     I nuovi valori
C Comunitarismo   P proprietà Affermazione dei diritti di proprietà
U Universalismo   L località Attenzione ai problemi particolari
D disinteresse   A autoritarismo Gestione manageriale della ricerca
O Originalità   C commissionamento Realizzazione di obiettivi prevalentemente di tipo pratico
S scetticismo sistematico   E esperti Valorizzazione dei ricercatori come esperti piuttosto che come portatori di creatività

 

Ne consegue l’affermarsi di alcune prassi in passato estranee o limitate agli ambiti della ricerca industriale e militare:  la reticenza a rendere pubbliche tutte le conoscenze scientifiche acquisite o i conflitti di interesse nascosti ed espliciti.

L’ingresso della logica di mercato nella scienza accademica crea un quadrilatero (scienza, politica, opinione pubblica, economia) lì dove prima c’era un triangolo, impone alla scienza di ripensare se stessa e i suoi obiettivi e in terzo luogo chiede alla politica di assolvere, oggi più che mai, alle sue funzioni: orientare lo sviluppo della società verso un futuro desiderabile.

Al di là delle distorsioni che produce l’egemonia del mercato in alcuni ambiti della tecnoscienza, un aspetto in particolare merita attenzione: l’accesso ineguale alla conoscenza. Con i criteri dell’economia, infatti, la conoscenza diventa un bene come gli altri. Chi ne è proprietario tende a conservarla, piuttosto che a diffonderla. E chi ha maggiori risorse economiche ha anche maggiori possibilità di diventare «proprietario» delle nuove conoscenze scientifiche, tanto che l’accesso ineguale alla conoscenza tra le nazioni e dentro le nazioni produce la più grande delle disuguaglianze.

 

[1] . Talvolta questi obiettivi specifici hanno una natura militare. Si pensi al tedesco Fritz Haber – il generale in camice bianco – che nel corso della Prima Guerra Mondiale organizza per l’esercito del suo paese un gruppo di ricerca con l’obiettivo di progettare, sviluppare e usare sul campo nuove armi chimiche [Greco, 1995].

[2] Una parziale eccezione riguarda l’Italia, che intorno agli anni ’60 sceglie, unica tra i grandi paesi industrializzati, di perseguire un modello di «sviluppo senza ricerca».

[3] La decisione della Corte Suprema non è originale perché  in fondo Louis Pasteur aveva brevettato un organismo vivente (un lievito) già cento anni prima (nel 1873 per la precisione). Tuttavia è clamorosa, perché negli anni ’80 del XX secolo le aspettative intorno alle nuove biotecnologie sono di gran lunga maggiori che negli anni ’80 del XIX secolo.

Comments are closed.