Cultura e scienza

 

Il sistema cultura

 

“ Cultura” è il patrimonio di conoscenze, di saperi, di valori comuni e condivisi che una comunità umana possiede. Quanto più ricco e sofisticato è questo patrimonio, e quanto più esso è accessibile alla generalità dei cittadini, tanto più quella comunità è in grado di attrezzarsi per provvedere ai suoi bisogni, e per soddisfare i propri desideri: in questo senso, la cultura è un bene strumentale al raggiungimento di altri molteplici scopi.

Ma una volta soddisfatti i bisogni primari ( fame, sete, salute,ecc.), la cultura è anche ( insieme alla qualità dell’ambiente, fisico e sociale, e più ancora della ricchezza che quella comunità è in grado di produrre) il parametro da cui più dipende la qualità della vita della collettività: in questo senso, la cultura è essa stessa un rilevante bene primario.

Per questo, un paese previdente dedica rilevanti risorse ( economiche, organizzative, progettuali, ecc.) alla conservazione, all’accrescimento, alla valorizzazione, alla diffusione del proprio patrimonio culturale, e alla salvaguardia dei propri “ beni culturali”, cioè delle testimonianze della propria cultura e della sua storia. Per conseguenza di questa molteplicità e complessità di funzioni, il “sistema cultura” (cioè l’insieme dei soggetti che gestiscono le attività afferenti alla cultura) è un sistema notevolmente complesso, composto da una varietà di strutture che dovrebbero funzionare con modalità coordinate e sinergiche: biblioteche, archivi e musei (incluse sovrintendenze archeologiche, architettoniche, ecc.) per la conservazione del patrimonio culturale; accademie e scuole, di ogni ordine e grado, per la diffusione della cultura e il suo trasferimento di generazione in generazione; enti di ricerca, accademie e università, ecc. per l’accrescimento e lo sviluppo del patrimonio culturale; ecc. ecc.

Il nostro paese vanta da almeno due millenni tradizioni culturali del tutto uniche nel panorama internazionale, che hanno sedimentato sul suo territorio un eccezionale tesoro di testimonianze artistiche, architettoniche, archeologiche, ecc. che l’umanità intera considera come patrimonio proprio.

Ma come abbiamo accennato nel precedente paragrafo – e come approfondiremo a più riprese da diversi punti di vista nel prosieguo di questo libro – la civiltà umana ha subito una rivoluzione rapida e profonda nel corso del XX secolo. Si tratta di una rivoluzione innanzi tutto culturale, che affonda le sue radici nella rivoluzione scientifica moderna aperta da Galileo, per sfociare nelle grandi teorie scientifiche che del XIX secolo e degli inizi del ‘900: la termodinamica, l’elettromagnetismo, la relatività, la meccanica quantistica, l’evoluzionismo, la biologia genetica, ecc. Una rivoluzione culturale che dunque è, prima di tutto, una rivoluzione scientifica, ma che penetra e condiziona ogni altra disciplina culturale. A partire dai primi decenni del XX secolo, non sarà più possibile fare filosofia ( fare metafisica, estetica, gnoseologia, ecc.) né fare ogni altra forma di cultura, prescindendo da quelle conquiste scientifiche.

Il nostro paese, che pure ha contribuito ad esse con la sua ricerca e con i suoi scienziati ( a partire da Galileo: ma poi, come non ricordare Fermi, Amaldi, Maiorana, e tutti i partecipanti e i “figli” della scuola romana di Via Palisperna o i matematici Ricci- Curbastro, Enriquez, ecc.), non ha saputo acquisire tali raggiungimenti scientifici come componenti organiche della propria cultura. Le nuove idee, i nuovi metodi e le nuove teorie sono rimaste accessibili solo a una minoranza di addetti ai lavori. Va tenuto presente che diffondere a livello di massa un tal bagaglio di novità, oltretutto spesso lontane dal senso comune, avrebbe richiesto uno sforzo educativo generalizzato e organico, veicolato innanzi tutto attraverso il sistema scolastico di ogni ordine e grado a tutti i soggetti del “sistema cultura”, per arrivare anche a uno sforzo di tutto il sistema dei mezzi di comunicazione di massa. Vale la pena ricordare il grande processo di riforma scolastico adottato negli USA a cavallo degli anni ’50 e ’60: un progetto portato avanti con l’impegno dei più prestigiosi atenei ( va ricordato in particolare il progetto PSSC elaborato a Berkley) e fortemente sostenuto dalla amministrazione pubblica, consapevole che il confronto epocale fra USA e URSS per la conquista dell’egemonia mondiale sul terreno militare, economico e culturale sarebbe stato vinto da chi avesse innanzi tutto conquistato la supremazia sul terreno scientifico.

 

 

L’umile ancella della cultura

Il nostro paese non solo non ha compiuto un analogo sforzo; ma addirittura da noi è stato autorevolmente teorizzato che degne della qualifica di “cultura” fossero a pieno titolo solo le discipline umanistiche: assegnando alle scienze solo il ruolo di ancelle subordinate.

Vale la pena ricordare come emblematica la polemica fra il matematico Enriquez e il filosofo Croce: quest’ultimo – di gran lunga il più prestigioso e influente fra gli intellettuali italiani nei primi decenni del XX secolo – teorizzò che le scienze appartenessero a un ambito culturale subalterno, capace di attrarre a sé l’attenzione e lo studio delle menti non adeguate a cimentarsi con le sfide conoscitive veramente alte, attratte solo dalle “minutaglie empiriche” oggetto di studio da parte delle scienze.

 

 

Lo sviluppo senza ricerca

Sta di fatto che in tutta la prima metà del XX secolo il nostro paese, preso nella tenaglia fra l’approccio crociano e la retorica di antivalori del regime fascista, ha accumulato un forte ritardo sul terreno della alfabetizzazione scientifica di massa. Le conseguenze di questo ritardo culturale sul sistema economico e produttivo, si sono andate palesando in maniera acuta solo negli ultimi decenni del secolo; nei primi decenni della seconda metà del secolo essendo rimasta mascherata dal cosiddetto “ miracolo economico italiano”, che fa fatto illudere che fosse possibile mantenere un ruolo competitivo sul mercato mondiale – e nel contempo un ruolo di autorevolezza e prestigio sullo scenario politico internazionale – senza bisogno di impegnarsi più di tanto sul terreno della ricerca scientifica.(ipotesi di “sviluppo senza ricerca”). In effetti, nei tre lustri dopo la fine della seconda guerra mondiale, il nostro paese ha vissuto un magico periodo di rinascimento, un fenomeno che è stato in primo luogo culturale, con la liberazione del grande potenziale che era rimasto compresso e inespresso per quasi tre decenni di dittatura fascista, mentre il mondo progrediva, ed ha potuto finalmente esprimersi appieno con l’ansia di recuperare il tempo perduto. Il fiorire del teatro, del cinema, delle arti figurative e della musica, delle scienze, dell’assetto istituzionale (basti ricordare il capolavoro prima di tutto culturale che è la nostra Costituzione Repubblicana) hanno portato il nostro paese a svolgere un ruolo di avanguardia culturale sullo scenario mondiale. Nel contempo a livello sociale, veniva praticamente debellato l’analfabetismo, e venivano raggiunti importanti obiettivi civili sul terreno dei diritti. E dal punto di vista economico, si compiva in pochi anni, recuperando il tempo perduto, una grande rivoluzione industriale che – anche per il ritardo con cui si compiva – poteva evitare distorsioni che in altri paesi avevano prodotto momenti di crisi, e perveniva direttamente a un liberismo avanzato di stampo Keynesiano, in cui lo stato poteva svolgere efficacemente soprattutto grazie alle grandi industrie a partecipazione statale il ruolo di regolazione del mercato e ridistribuzione della ricchezza anche attraverso un grande programma di ricostruzione di infrastrutture, strutture e impianti a risarcimento delle devastazioni che la guerra aveva lasciato sul nostro territorio e sul nostro tessuto produttivo. Una serie di circostanze irripetibili che portavano il nostro paese al quinto posto nel mondo come capaci di produrre ricchezze e ad un ruolo internazionale di credibilità e prestigio politico e culturale, pur non disponendo di altra materia prima se non la nostra capacità di lavoro e la nostra millenaria cultura. Un rinascimento che dava spazio alla illusione di poter guardare con ottimismo al futuro pur senza grandi sforzi sul terreno della ricerca scientifica, ed affidando la competitività dei nostri prodotti sul mercato mondiale alla magica attrattiva della qualità culturale del “made in Italy”. Un ottimismo ingiustificato, come ben sappiamo ora alla luce del nuovo assetto politico ed economico mondiale che va consolidandosi a partire dagli ultimi lustri del XX secolo, e da questo breve scorcio del terzo millennio. E veniamo, per l’appunto, agli ultimi 20 anni, che si aprono – a livello mondiale – con la clamorosa ed evidente sconfitta, alla prova della storia, del modello economico politico e sociale sperimentato per oltre cinquanta anni nei paesi del cosiddetto “ socialismo realizzato”.(1) Una sconfitta, riconosciuta in primo luogo dagli stessi protagonisti, che ha lasciato pieno spazio al liberismo più estremo, nell’ipotesi che la tendenza spontanea del mercato alla autorganizzazione, sotto l’unica spinta della generazione di profitto, fosse non solo in grado di produrre una configurazione di equilibrio dinamico ottimale e stabile, della economia, ma anche di massimizzare i benefici riversati sulla umanità tutta.

 

 

La triplice sfida del mercato globale

E’ l’immagine di un grande banchetto a cui pochi sono invitati; ma talmente abbondante e tanto è il cibo in tavola, da garantire con gli avanzi e le briciole che cadono sopravvivenza e sicurezza agli esclusi, cui conviene dunque adoperarsi per far sì che il tavolo sia quanto più possibile riccamente imbandito.

Seguono da questo assunto le scelte portanti della nuova religione economica liberista: la mercificazione delle risorse del pianeta e della qualità dell’ambiente, a livello globale e locale; lo smantellamento della stato sociale (welfare state); la privatizzazione dei mezzi di produzione di beni e servizi, anche dei più strategici e vitali. Cosicché anche la garanzia di salvaguardia di diritti fondamentali e primari ( come la salute, la casa, le condizioni minimali di sopravvivenza, ecc.) vengono subordinate alla condizione di produrre adeguato profitto per l’imprenditore che li gestisce. Per cui assistiamo al paradosso che la più potente civiltà della storia – in termini di capacità di produrre ricchezza, di capacità di intervenire sull’ambiente e stravolgere i processi naturali – produce più ricchezza di quanta mai sia stata prodotta, ma non solo riversa su chi vive al di fuori dei propri confini – dove vivono i tre quarti dell’umanità –fame desolazione e morte; ma sacche di povertà estrema ed emarginazione permangono e si accrescono anche all’interno dei loro stessi confini, e nelle metropoli rutilanti e splendide, simbolo della potenza dell’impero.

Orbene, questo modello di liberismo estremo – questo bel capolavoro – non funzionerebbe senza l’intervento della ricerca scientifica, e soprattutto senza l’innovazione tecnologica che la ricerca induce e alimenta ( il che non esclude naturalmente, come discuteremo nel prosieguo di questo libro, che lo stesso alimento di innovazione non sarebbe in grado di stimolare e sostenere un modello di sviluppo più sensato e giusto). Ma torniamo a noi. Il mercato, cioè il modello economico basato sulla positiva interazione e l’equilibrio fra domanda e offerta, per funzionare richiede che siano soddisfatte tre condizioni (gli esperti ci perdoneranno per l’estrema semplificazione con cui discutiamo un problema così complesso)

  1. l’operatore della offerta ( il produttore) deve essere in grado di produrre beni e servizi che servano all’operatore della domanda (il compratore), o che comunque il compratore sia interessato a comprare.
  2. Il prezzo che il venditore pretende deve essere competitivo; cioè a parità di qualità il prodotto deve essere offerto a un prezzo minore o uguale di quello a cui viene offerto dalla concorrenza.
  3. Il compratore deve avere la disponibilità economica che gli consenta, nell’ambito delle sue priorità, di effettuare l’acquisto.

Per quanto riguarda il primo punto, la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica – e solo esse – sono in grado di offrire sempre nuovi prodotti e servizi, capaci di dare sempre più sofisticate e adeguate risposte a vecchi e nuovi bisogni (innovazione di prodotto). A titolo di esempio, pensiamo a telefonini, che di anno in anno hanno prestazioni sempre più mirabolanti rispetto a quelle del modello precedente; le apparecchiature per la diagnostica e il monitoraggio dello stato di salute; i dispositivi “intelligenti” nei più svariati settori di impiego, ecc. ecc.

Il secondo obiettivo può essere raggiunto solo attraverso una ottimizzazione del processo produttivo (innovazione di processo). Storicamente, nella industria manifatturiera classica (o “ fondista”) l’ottimizzazione di processo, tesa a minimizzare il costo di produzione, aveva come oggetto di attuazione la fabbrica: catene di montaggio, automazione, analisi dei tempi di lavorazione dei singoli componenti; organizzazione topologica della fabbrica, in modo da minimizzare i tempi di trasferimento dei “pezzi” da un reparto all’altro; ecc. ecc.

Oggi, la disponibilità della rete informatica alla scala planetaria consente di ottimizzare il processo produttivo riferendosi allo scenario mondiale: momenti diversi della produzione possono essere localizzati in paesi diversi, a seconda della convenienza in termini di disponibilità di materia prima o di energia; a seconda dei vincoli ambientali, ecc. Ma anche il nucleo direzionale, il cervello e il cuore finanziario dell’impresa, può essere localizzato laddove sia più conveniente dal punto di vista fiscale; o dal punto di vista della capacità di procurarsi provviste finanziarie presso il sistema bancario, o attraverso la quotazione in borsa. L’ottimizzazione di un sistema così complesso richiede un know – how che può discendere solo dalla dimestichezza con la ricerca operativa sulle ottimizzazioni di sistemi complessi.

Finalmente il terzo punto, cioè il problema di assicurarsi un compratore per i propri prodotti. Classicamente, nel modello fondista, l’incremento della capacità produttiva della fabbrica (ottenuta dal padrone – capitalista attraverso investimenti) e la successiva conduzione dell’impresa, riversava intorno a sé benessere economico: sia direttamente (attraverso il pagamento degli emolumenti alle maestranze), che per intervento del “welfare state”, che procurandosi il fabbisogno finanziario attraverso una equa e moderata tassazione del profitto erogava servizi sociali, svolgendo così la duplice funzione di garantire la risposta a bisogni sociali fondamentali della popolazione e di redistribuzione del profitto. Era così la stessa impresa industriale a garantire da un lato l’offerta di prodotti, e dall’altro la solvibilità del compratore attraverso il benessere economico che spandeva intorno a sé.

Questo circolo virtuoso non funziona più nel modello neoliberista globale, in cui da un lato vengono sterilizzati tutti i meccanismi di redistribuzione della ricchezza per effetto dello smantellamento dello stato sociale; e dall’altro lato la riorganizzazione del sistema produttivo è funzionale sì alla massimizzazione del profitto, ma riversa tale profitto su un numero decrescente di soggetti: l’area della ricchezza – che pure quantitativamente si accresce a dismisura – si restringe come numero di beneficiari anziché allargarsi. La ricetta adottata come antidoto è quella cui abbiamo già accennato nel capitolo I.1 di sovvertire la scala dei valori, spostandola dal valore d’uso al valore simbolico con l’effetto che se da un lato i compratori solvibili diminuiscono in numero, quei pochi che ne hanno la possibilità siano incentivati a comprare (e a consumare) sempre di più e sempre più speso. Un obiettivo apparentemente non facile da raggiungere; ma conseguibile finalizzando a ciò tutto il potere di persuasione espresso da un sistema di comunicazione di massa sempre più efficace e potente, e sempre più capillarmente controllato dall’imprenditore globale.

 

In estrema sintesi possiamo dire che il modello neoliberista globale funziona solo se riesce ad asservire a sé un sistema di saperi e di competenze sempre più sofisticato e potente, alimentato dalla ricerca scientifica e dalla innovazione tecnologica. Chi resta escluso da questo circuito di saperi non può sperare di mantenersi competitivo su questo campo di battaglia spietato e crudele, è condannato al fallimento come singola impresa, e al sottosviluppo come paese. Non v’è dunque da meravigliarsi se il nostro paese, i cui giovani evidenziano – alle indagini statistiche internazionali – scarsa attitudine ad impostare e risolvere quesiti di carattere scientifico, va d’altra parte inesorabilmente perdendo posizioni nelle classifiche che quantificano la capacità di competere vantaggiosamente sul mercato globale. In realtà è di per sé evidente – e tale risulterà anche dalle analisi che faremo più avanti in questo libro – che il modello di sviluppo adottato in questi ultimi lustri dai paesi più “avanzati” e potenti è un modello non sostenibile, e dunque necessariamente effimero. Ciò è dovuto al consumo, esagerato e crescente, di materie prime (ed in particolare di fonti energetiche fossili) in rapporto alle riserve possedute dal Pianeta: è dovuto all’impatto ambientale che tale sconsiderato ed esagerato consumo riversa sui cicli vitali della terra, e in particolare sul clima alla scala planetaria; è conseguente alla impossibilità di gestire con le armi e con la repressione, la reazione della maggior parte dell’umanità, esclusa dallo sviluppo e condannata a morire di fame, di stenti e di malattie, semplicemente per consentire ai paesi “avanzati” e potenti il loro indecente e criminale regime di sperperi.

E se dunque l’attuale modello di sviluppo è insostenibile ed effimero – ma considerato quanto esso è totalizzante e potente – potremmo essere tentati di assumere la posizione più comoda, quella semplicemente di “ aspettare che passi”. Ma non possiamo. Questa scelta di inerzia – la più comoda – è infatti anche la più colpevole. Perché se è certo da un lato che la nottata passerà, dipende da noi quale sarà l’alba della giornata che verrà: se sarà un giorno di speranza e di progetto, o un giorno di devastazione e di morte.

Tocca dunque anche a noi, cittadini di un paese piccolo che parte da una posizione svantaggiata per l’ignoranza scientifica di cui oggi soffriamo, rimboccarci le maniche, e cercare di arrampicarci sull’utopia e la speranza a far sentire la nostra voce,prima che per conseguenza del nostro peccato originale capitale – quello di non essere competitivi – il mercato globale ci macini nei suoi inesorabili ingranaggi, impedendoci fin anche di fare intendere che ci siamo anche noi.

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