La risorsa infinita. Capitolo 10

La comunicazione della scienza nella società della conoscenza

La costruzione della società e dell’economia della conoscenza, abbiamo detto, è un lungo processo iniziato dopo la seconda guerra mondiale che, sebbene distinto in diverse fasi, è costantemente informato dalla ricerca scientifica. In questo lungo processo in cui sono stati modificati i tradizionali rapporti tra la comunità scientifica e il resto della società, la comunicazione pubblica della scienza è venuta assumendo progressivamente sia un nuovo ruolo – quasi un nuovo statuto ontologico – sia nuove forme.

Di questo nuovo ruolo e di queste nuove forme dobbiamo tener conto, se vogliamo costruire una società democratica fondata sulla conoscenza, prendendo in esame almeno quattro aspetti dei mutati rapporti tra scienza e società.

  1. È crollata la torre d’avorio. Le mura che a lungo hanno diviso la cittadella della scienza dal resto della società sono state abbattute. L’antica separatezza è andata perduta. Siamo entrati in una nuova era dell’organizzazione del lavoro degli scienziati, che il fisico inglese John Ziman ha definito post-accademica, caratterizzata dal fatto che decisioni rilevanti per lo sviluppo della scienza sono prese dalle comunità scientifiche sempre più in compartecipazione con una serie variegata di altri gruppi sociali. Tutto ciò “costringe” gli scienziati a stabilire una rete sempre più fitta di relazioni (e, quindi, di comunicazione) con i pubblici di non esperti.
  2. La comunicazione necessaria. L’era della conoscenza si caratterizza sia per l’irruzione della scienza nella società, sia per l’irruzione della società nella scienza. La società è sempre più informata dalla conoscenza scientifica e dalle tecnologie realizzate grazie alle nuove conoscenze scientifiche. Gli scienziati sono costretti a comunicare con i pubblici di non esperti per assumere in compartecipazione con loro decisioni rilevanti per lo sviluppo della scienza. La società, nelle sue diverse articolazioni, ha sempre più bisogno – un bisogno ineludibile – di essere informata intorno alla scienza, divenuta parte decisiva a ogni livello, individuale e collettivo, dei cittadini. Nell’era della conoscenza e dei nuovi rapporti tra scienza e società, dunque, la comunicazione pubblica della scienza (la comunicazione della scienza ai pubblici di non esperti) non è più un orpello, ma una necessità, doppia e ineludibile: una necessità professionale per gli scienziati, un bisogno diffuso ed essenziale per il resto della società.
  3. La comunicazione complessa. Il sistema di comunicazione pubblica della scienza è formato da un numero grande di elementi (diversi gruppi e attori sociali) in relazione multipla e non lineare tra di loro. Il flusso di comunicazione pubblica della scienza si svolge attraverso una costellazione di canali rilevanti diversi – alcuni dei quali ben visibili, altri carsici – e definisce una dinamica largamente caotica e imprevedibile, tipica dei sistemi complessi.
  4. La cittadinanza scientifica. La costruzione della cittadinanza scientifica è elemento essenziale di una società democratica della conoscenza. E nella costruzione della cittadinanza scientifica la comunicazione pubblica della scienza è chiamata ad assolvere il ruolo decisivo di sistema linfatico.

 

È crollata la torre d’avorio

All’origine dei nuovi rapporti tra scienza e società c’è, probabilmente il rapporto Science: The Endless Frontier che nel luglio 1945 il direttore dell’US Office of Scientific Research and Development, Vannevar Bush, redige per il nuovo Presidente degli Stati Uniti, Harry S. Truman.

Appena il conflitto sarà finito e il tempo di pace sarà iniziato – sostiene Vannevar Bush – il governo federale dovrà continuare a mobilitare gli scienziati accademici per consentire alla nazione americana di vincere le sfide del dopoguerra e consolidare la sicurezza economica e sociale – oltre che militare – degli Stati Uniti. Mobilitare gli scienziati accademici significa fornire loro con grande generosità risorse finanziarie e umane, perché possano realizzare in piena libertà le loro ricerche, anche quando si tratta di studi – come la matematica superiore o l’astrofisica – che non hanno un’immediata ricaduta pratica.

Sia pure con qualche anno di ritardo è, sostanzialmente, ciò che avviene. La scienza accademica diventa leva dello sviluppo economico e determina una svolta nel rapporto tra la società e il mondo della scienza. Un mondo che fin dalla sua nascita, nel XVII secolo, aveva rivendicato la sua autonomia da due poteri: politico e religioso. Una rivendicazione che per molti secoli ha un sostanziale successo.

Per oltre tre secoli la Repubblica della Scienza si autodetermina sulla base – sostiene il sociologo Robert K. Merton – di cinque grandi valori condivisi: i valori noti con l’acronimo di CUDOS.

Tutto ciò è possibile anche perché ovunque lo stato, ritenendo la scienza un’attività marginale, si comporta come un moderno Mecenate. Un rapporto che non cambia, in sostanza, neppure nel XIX secolo, quando gli scienziati entrano nelle università e la loro carriera diventa accademica. Gli stati chiedono loro, in cambio dello stipendio, che formino le nuove classi dirigenti. Lasciando loro molto tempo e un po’ di risorse per la ricerca.

All’inizio dell’800 Wilhelm von Humboldt propone un modello di università fondato sul motto «libertà e solitudine» (Freiheit und Einsamkeit), termini che rivendicano per la comunità accademica, di cui fanno parte ormai anche gli scienziati, la piena autonomia e insieme un grande distacco dalla società. Libertà e solitudine sono i caratteri distintivi dell’università in Europa e in Nord America per tutto il XIX secolo e per buona parte del XX secolo. In libertà e in solitudine gli scienziati accademici realizzano le loro ricerche, molto spesse lontane da ogni esigenza pratica. Una condizione vantaggiosa per la scienza, che può dedicarsi – in libertà, appunto – alla ricerca delle questioni fondamentali. Alle questioni di base.

Una condizione da cui, nel lungo periodo, anche la società guadagna. Perché le conoscenze fondamentali potranno trovare concrete applicazioni. Sebbene il percorso e i tempi del travaso dalla sfera della conoscenza pura a quella delle applicazioni siano largamente imprevedibili, la scienza accademica diventa il motore dell’innovazione tecnologica. Ne ha dato prova la chimica già tra fine ‘800 e inizio ‘900. Ne dà spettacolare prova la fisica nella prima parte del ‘900.

Dopo il rapporto di Vannevar Bush e la fine della Seconda Guerra Mondiale, tuttavia, gli Stati Uniti e molti altri paesi iniziano a guardare alla scienza accademica  come a un fattore importante di sviluppo economico e sociale. E i rapporti con chi fa ricerca nell’accademia mutano. In cambio di molte risorse lo Stato inizia a chiedere “qualcosa”: che facciano aumentare il benessere della nazione.

Da mecenate, lo Stato diventa committente.

La ricerca accademica diventa più ricca, ma perde una piccola parte della sua libertà e la gran parte della sua solitudine.

Lo stato si rivela, infatti, un committente generoso, ma esigente. I governi iniziano a finanziare la ricerca con quantità di denaro imponenti, pari addirittura a qualche punto percentuale della ricchezza nazionale. Ciò determina sia un rapido aumento del numero di addetti alla ricerca scientifica: ben presto trovano occupazione nei laboratori più scienziati di quanti ne siano vissuti, complessivamente, in tutte le epoche precedenti, sia la progettazione e l’esecuzione di ricerche prima inconcepibili. Di conseguenza cambiano i rapporti tra politica e scienza accademica: da una condizione di sostanziale separatezza si passa a una fitta e crescente interpenetrazione dell’una nell’altra. La scienza diventa una «risorsa strategica». E pur tenendo in debita considerazione l’esigenza di autonomia della ricerca, le grandi decisioni in merito allo sviluppo della scienza vengono discusse in sede politica: nei governi e nei parlamenti. Gli Stati rivendicano il diritto di stabilire fuori dalle accademie la «politica della ricerca».

L’antica torre d’avorio si apre e il rapporto tra scienza e società s’avvia a diventare molto più stretto. La comunità scientifica è sempre più ricca (per uomini e mezzi) ma si trova costretta ad assumere decisioni rilevanti per il proprio sviluppo in compartecipazione con una serie di gruppi sociali non esperti di scienza: politici, burocrati, manager, grande pubblico. È a questo punto che i ricercatori avvertono come pressante l’esigenza  strategica di acquisire il consenso sociale intorno alle proprie attività. Ed è a questo punto che nasce, all’interno delle comunità scientifiche, l’esigenza di affrontare il tema della «responsabilità sociale della scienza» e di comunicare scienza al pubblico (ai pubblici) di non esperti, pur cercando di conservare quell’autonomia dalla politica che è tra gli elementi fondanti della «Repubblica della Scienza» fin dal Seicento.

Di converso, la società nel suo complesso sempre più penetrata dalla cultura scientifica e dalle sue ricadute tecnologiche, sente pressante l’esigenza di governare la scienza, indirizzandone lo sviluppo.

A partire dalla metà del XX secolo la dialettica tra scienza e società diventa dunque uno degli elementi fondanti della democrazia nelle società libere, è cioè un elemento politico. Questo comporta alcune conseguenze inedite: sia i politici che i cittadini chiedono di compartecipare al «governo della tecnoscienza» e di assumere decisioni rilevanti per il loro sviluppo. In questo inedito rapporto emergono tre elementi chiave.

Gli scienziati per poter continuare le loro ricerche «devono» cercare un difficile consenso: negli ambienti politici e nell’opinione pubblica. E iniziano a misurarsi con il tema dell’«accettabilità sociale» del loro lavoro.

I politici sono chiamati a prendere decisioni rilevanti – come l’allocazione delle risorse – per lo sviluppo della scienza, ma secondo tempi, modalità e persino valori diversi da quelli in uso nella comunità scientifica.

I cittadini tutti, infine, vivono l’irruzione della scienza  (della tecnoscienza) nel loro quotidiano, individuale e collettivo. Ciò impone loro di fare delle scelte. Si pensi, a mero titolo di esempio, a come la scienza ha contribuito a cambiare, nell’ultimo mezzo secolo, concetti archetipici, come quelli di vita e di morte. E come i cittadini tutti sono spesso chiamati ad assumere decisioni rilevanti persino in merito alla vita e alla morte sulla base delle nuove conoscenze scientifiche e delle nuove tecnologie indotte dalla scienza.

Non si tratta solo delle questioni eticamente sensibili. La società della conoscenza informata dalla scienza è la leva della ricchezza, determina la quantità e la qualità del lavoro, ridistribuisce il reddito. La conoscenza scientifica diventa un fattore che permea di sé l’economia e il mondo del lavoro.

Tutto ciò determina nei cittadini un bisogno ineludibile di informazione scientifica. L’opinione pubblica avverte – magari in maniera confusa, ma certo impellente – la necessità nuova di «conoscere la scienza», sia per poter svolgere la sua funzione politica, sia per poter divenire padrona del proprio futuro.

A questo punto potremmo azzardare una definizione del triangolo ottimale per il governo della società nell’era della conoscenza e nell’era post-accademica della scienza: i ricercatori che prendono atto del crollo delle mura che li separava dalla società e aprono volentieri le porte e le finestre residue della loro torre d’avorio; i politici che riconoscono il valore della scienza e la complessità del governo della società tecnoscientifica; i cittadini che riconoscono il valore primario della cultura scientifica sia per la loro vita individuale, sia per lo sviluppo civile ed economico della società.

Sennonché nel rapporto tra scienza e politica, nell’ultimo quarto del XX secolo, si inserisce con forza un nuovo elemento,  la ricerca privata,  che modifica ulteriormente il quadro di riferimento e ne richiede un’ulteriore riformulazione.

Anche quest’ultima svolta inizia negli Stati Uniti, quando, tra gli anni ’70 e ’80, per la prima volta dal dopoguerra, i finanziamenti alla ricerca da parte delle industrie private superano i fondi federali. Il principale finanziatore della ricerca cessa di essere lo Stato, con obiettivi di interesse generale, e diventa l’industria, con obiettivi di interesse particolare.

La trasformazione strutturale dell’economia della ricerca negli Usa è accompagnata e anzi favorita da precise scelte politiche, giuridiche e anche culturali. Come quelle che, per singolare coincidenza, si verificano tutte nel 1980.

Quando il Patent and Trademark Office (PTO), dopo nove anni di riflessione, concede ad Ananda Mohan Chakrabarty, biologo della società General Electric, il brevetto a protezione della proprietà intellettuale su un batterio geneticamente modificato per fungere da spazzino di rifiuti a base di idrocarburi e biodegradare scarichi industriali. Il PTO si era sempre rifiutato di brevettare un organismo vivente, in quanto il diritto di proprietà intellettuale si estende alle invenzioni umane e non ai prodotti e ai fenomeni della natura  da noi scoperti. Si brevetta un’invenzione, non una scoperta. Ma Ananda Mohan Chakrabarty ritiene di aver inventato qualcosa che prima non esisteva, non scoperto qualcosa che già esisteva. Così ricorre presso la Corte Suprema degli Stati Uniti. La quale, nel 1980, si pronuncia. E la pronuncia è clamorosa (anche se non certo originale), perché sostiene che è possibile estendere il diritto di proprietà intellettuale a «qualsiasi cosa sotto il sole fabbricata dall’uomo», sia essa vivente o non vivente. E poiché il batterio spazzino del signor Chakrabarty è un prodotto «nuovo e con caratteristiche diverse da qualsiasi altro in natura», può essere tutelato da brevetto. La sentenza fa epoca.

Sempre nel 1980, su richiesta della Stanford University, la Corte Suprema riconosce il diritto di protezione intellettuale sulla tecnica di clonazione del Dna ricombinante messa a punto da Stanley Cohen e Herbert Boyer nel 1973. La tecnica ha un carattere generale, perché rende possibile l’analisi molecolare del Dna non solo di virus e batteri, ma anche di piante e animal e diventerà uno strumento fondamentale nei laboratori di biotecnologia.

Infine, in quel medesimo anno, il 1980, il Congresso degli Stati Uniti promulga il Bayh-Dole Act, una legge che incoraggia i centri di ricerca pubblici a brevettare le loro invenzioni per ottenere royalties con cui finanziare ulteriori ricerche. Si inizia a parlare di enterprising university, di una università che agisce con piglio imprenditoriale.

Questa serie di atti favorisce e accelera l’irruzione del mercato e della cultura di mercato nel mondo della ricerca, retto fino ad allora  dai fondi e dalla cultura pubblici. Nascono nuovi tipi di scienziati, che sono al contempo ricercatori e imprenditori. Nasce una nuova modalità di produzione della conoscenza, la «scienza imprenditrice», particolarmente attiva nell’informatica e nelle biotecnologie, che rimodella ancora una volta e su scala planetaria gli equilibri interni al mondo della scienza.

Scienza universitaria e scienza industriale, ancora più a intrecciate, modificano, i vecchi valori fondanti dell’attività scientifica. I valori mertoniani del CUDOS si intrecciano ormai con i valori d’impresa che John Ziman ribattezza PLACE.

Ne consegue l’affermarsi, anche nelle università e nei centri pubblici, di alcune prassi in passato estranee o limitate agli ambiti della ricerca industriale e militare:  la reticenza a rendere pubbliche tutte le conoscenze scientifiche acquisite o i conflitti di interesse nascosti ed espliciti. Più in generale la conoscenza scientifica viene vista da un numero crescente di persone e di istituzioni non più come un bene pubblico globale, ma come un bene privato.

L’ingresso della logica di mercato nella scienza accademica crea un quadrilatero (scienza, politica, opinione pubblica, economia) lì dove prima c’era un triangolo, impone alla scienza di ripensare se stessa e i suoi obiettivi e in terzo luogo chiede alla politica di assolvere, oggi più che mai, alle sue funzioni: orientare lo sviluppo della società verso un futuro desiderabile.

Al di là delle distorsioni che produce l’egemonia del mercato in alcuni ambiti della tecnoscienza, un aspetto in particolare merita attenzione: l’accesso ineguale alla conoscenza. Con i criteri dell’economia, infatti, la conoscenza diventa un bene come gli altri. Chi ne è proprietario tende a conservarla, piuttosto che a diffonderla. E chi ha maggiori risorse economiche ha anche maggiori possibilità di diventare «proprietario» delle nuove conoscenze scientifiche, tanto che l’accesso ineguale alla conoscenza tra le nazioni e dentro le nazioni produce la più grande delle disuguaglianze.

Da qui, in maniera del tutto conseguente, l’attenzione al nuovo ruolo della comunicazione pubblica della scienza.

La comunicazione necessaria

La scienza moderna è una grande impresa sociale. Non a caso gli storici la fanno nascere nel Seicento. Che non è affatto il secolo in cui l’uomo inizia a osservare la natura con approccio scientifico. È piuttosto il secolo in cui nasce, per la prima volta (almeno dopo l’epoca ellenistica) una comunità scientifica. Un gruppo di persone sparse per l’intera Europa che ha interessi comuni, che ha valori comuni, che si autoriconosce e che stabilisce un sistema di comunicazione pubblica al suo interno.

Come sostiene Paolo Rossi, la scienza del Seicento nasce abbattendo il «paradigma della segretezza»: tutto, in linea di principio, deve essere conosciuto da tutti. Tutto deve essere accessibile a tutti. La conoscenza è un bene pubblico.

Non era affatto scontato. Si può produrre – e prima del Seicento molti producevano – scienza tenendo confinati in ambienti chiusi le conoscenze. Non era forse l’ermetismo un esempio di filosofia naturale praticata nel Cinquecento in cui le conoscenze intorno alla natura erano comunicate solo a pochi eletti, all’interno di elite in cui si entrava solo per cooptazione? E non è oggi la ricerca militare un esempio di scienza – talvolta di scienza di punta – prodotta e comunicata all’interno di una comunità chiusa, che aderisce totalmente al «paradigma della segretezza»?

La comunicazione pubblica è dunque, fin dalle origini, un elemento decisivo ma niente affatto scontato del fare scienza in senso moderno.

È questa scelta iniziale, niente a fatto scontata, a rendere la scienza moderna, come scrive John Ziman: «un’istituzione sociale dedita alla costruzione di un consenso razionale d’opinione sul più vasto campo possibile».

Nella dinamica di questa istituzione sociale ogni processo scientifico può essere dunque schematizzato in due soli stadi fondamentali: uno “privato”,  lo scienziato che  osserva la natura, e uno “pubblico”, lo scienziato che comunica i risultati delle sue osservazioni. Naturalmente, lo scienziato può essere anche un gruppo, vasto, di scienziati. E osservare può voler dire anche intervenire: come ha scritto Carlo Flamigni, medico e bioeticista, tra le modalità delle sensate esperienze non c’è solo l’occhio che guarda, ma anche la mano che fruga. I due stadi possono avere, dunque, forme diverse e anche piuttosto articolate, ma sono entrambi indispensabili: sia quello “privato” della osservazione e quello “pubblico” della comunicazione.

Spesso in passato la storia e la filosofia della scienza si sono occupati solo del primo stadio, quello “privato”, in cui uno scienziato (o un gruppo di scienziati) elaborano una teoria o effettuano una scoperta. Trascurando il fatto, come scrive John Ziman, che «principio basilare della scienza è che i risultati della ricerca devono essere resi pubblici. Qualsiasi cosa gli scienziati pensino o dicano individualmente, le loro scoperte non possono essere considerate come appartenenti alla conoscenza scientifica finché non sono state riferite e registrate in modo permanente (…) il sistema di comunicazione è l’istituzione sociale fondamentale della scienza».

La verità è che: non c’è scienza senza comunicazione.

E, infatti, già nel ‘600 la comunità scientifica si organizza intorno a un sistema di comunicazione (i libri, gli epistolari, le prime riviste). Il sistema di comunicazione conferisce una forte dinamica al processo scientifico, che è composto dall’insieme dei modi che utilizzano gli scienziati per trasmettere ad altri i risultati della loro attività  e che si modifica nel tempo.

 Tabella 1. La comunicazione infrascientifica della scienza

 

 

COMUNICAZIONE FORMALE

 

Comunicazione informale
 Scritta

 

Letteratura primaria e secondaria

 

Lettere, quaderni di laboratorio
 Orale

 

Congressi, conferenze Discussioni in laboratorio o “al bar”

 

e-communication Riviste specializzate in rete e-mail, scambio di dati e di informazioni via Internet, chat line

 

 

Finora abbiamo dato per scontato che la comunicazione rilevante della scienza – quella che fa progredire la scienza – sia un sistema interno alla comunità scientifica, che coinvolge solo i ricercatori. Finora abbiamo considerato quello della comunicazione rilevante un sistema interno alla torre d’avorio.

Ma la torre d’avorio è una metafora che non ha mai rappresentato, storicamente, una realtà assoluta. Da sempre – a iniziare da Galileo – gli scienziati hanno comunicato col resto della società. E da sempre la comunicazione col pubblico dei non esperti ha avuto effetti sullo sviluppo stesso della scienza. Attraverso questo altro tipo di comunicazione, come sostiene il fisico Jean-Marc Lévy-Leblond, da sempre lo scienziato mira alla diffusione e al riconoscimento sociale del suo sapere.

La mappa della comunicazione è dunque ancora più complessa di quella che abbiamo rappresentato sopra. La comunicazione al pubblico dei non esperti (comunicazione pubblica) la modifica qualitativamente.

 

Tabella 2. La comunicazione rilevante della scienza

 

 

   Comunicazione formale

 

 Comunicazione informale  Comunicazione pubblica
Scritta

 

Letteratura primaria

e secondaria

 

Lettere,

quaderni di laboratorio

 

Divulgazione

(libri, giornali)

 

Orale

 

Congressi, conferenze  

Discussioni

in laboratorio

o “al bar”

 

Insegnamento

Conferenze

Radio, TV

e-communication Riviste specializzate

in rete

e-mail, scambio di dati e di informazioni via Internet, chat line

 

Divulgazione in rete, e-mail,     chat line

 

La novità sostanziale della mappa della comunicazione nell’era post-accademica della scienza è che l’ultima colonna di questa tabella – la colonna della comunicazione pubblica – ha modificato il suo statuto ontologico nell’ambito dei processi scientifici. Quando gli scienziati accademici potevano prendere in “libertà e solitudine” le loro decisioni, la comunicazione pubblica si risolveva in un’attività culturale volontaristica e senza effetti pratici immediati (l’aggettivo è da sottolineare, perché attraverso strade tortuose vi erano molto effetti mediati) sul lavoro degli scienziati e sullo sviluppo della scienza stessa. Oggi che una parte sempre maggiore di decisioni rilevanti per lo sviluppo della scienza viene presa dagli scienziati in compartecipazione con una serie sempre più vasta di altri gruppi sociali, la comunicazione della scienza al pubblico (ai pubblici) di non esperti è diventata un’attività professionale che ha effetti rilevanti immediati sul lavoro degli scienziati.

La comunicazione complessa

Nell’arena pubblica la comunicazione assume forme strutturalmente diverse rispetto a quella nella torre d’avorio. Nella torre d’avorio la comunicazione rilevante della scienza avviene tra membri di una stessa comunità, culturalmente molto omogenea. La comunità è informale – non ci si iscrive alla comunità dei fisici delle alte energie o degli etologi cognitivi – che esiste solo e unicamente perché i vari membri hanno interessi comuni, parlano un comune linguaggio e frequentano i medesimi archivi. Potremmo dire che si è membri di una specifica comunità scientifica, di un “collegio invisibile”, perché si è parte di un medesimo sistema di comunicazione.

Fuori dalla torre d’avorio, nell’arena pubblica, la comunicazione rilevante della scienza avviene non all’interno di una sola comunità, ma tra una costellazione mutevole di gruppi sociali, che hanno interessi legittimi diversi e parlano lingue diverse. Gruppi che spesso neppure si riconoscono.

Persino individuare i gruppi che realizzano una comunicazione della scienza che ha effetti rilevanti (per lo sviluppo della scienza e/o per lo sviluppo dell’intera società), è impresa difficile e in ogni caso oggetto tuttora di una ricerca aperta.

In prima battuta possiamo dire che, fuori dal “collegio invisibile”,  tra i gruppi di non esperti che sono portatori di una comunicazione della scienza con effetti rilevanti vi sono: gli scienziati che appartengono ad altre comunità scientifiche (che concorrono a definire non solo i macro, ma spesso anche i micro obiettivi di ricerca di una data comunità scientifica); le autorità istituzionali (ministri, assessori, giudici, authority); i burocrati; i manager dell’industria; i politici (membri di partiti e  movimenti); i membri di molte organizzazioni non governative (ong); gli operatori del media; gli opinion makers (compresi gli accademici di formazione non scientifica); diversi tecnici (medici, insegnanti, ingegneri), gli artisti e il pubblico generico.

Costoro non hanno come unico e comune referente lo scienziato o le sue comunità. Dialogano tra loro e dialogano di scienza. Per esempio, i movimenti ambientalisti e le istituzioni (ministeri, Parlamento) dialogano tra loro per stabilire le modalità della ricerca ambientale, biotecnologica e, da qualche tempo, anche nanotecnologica. Gli opinion makers (religiosi, bioeticisti) e grande pubblico dialogano e confliggono per stabilire qual è la ricerca eticamente sostenibile nel campo della biologia umana. I pubblicitari parlano di scienza al grande pubblico (e inducono precisi comportamenti) senza alcuna mediazione di esperti, con un linguaggio simbolico che non è né la traduzione più o meno rigorosa né un tentativo di ingaggiare il pubblico ai «valori» della scienza, e per finalità che sono molto lontane da quelle che agli occhi della comunità scientifica appaiono desiderabili.

In definitiva la costellazione di gruppi sociali che concorre a prendere decisioni rilevanti per lo sviluppo della scienza somiglia a un arcipelago ove tutte le isole, un po’ come a Venezia, sono interconnesse tra loro con ponti su cui possono veicolare e di fatto veicolano flussi di informazione in ambedue i sensi. In questo arcipelago non esiste un centro unico, ma una pluralità di centri con diverso “potere decisionale” nel governo complessivo della città, né esiste una periferia data, ma un insieme di isole un po’ più periferiche di altre, e. ciascun ponte è unico: connette da angoli diversi, in maniera diversa, isole diverse. Fuor di metafora: i diversi “pubblici rilevanti” stabiliscono un sistema di comunicazione a più centri, tutti interconnessi con (quasi) tutti, ma non tutti del medesimo peso decisionale. Ogni ponte tra due isole comunicanti  è bidirezionale (anche se il flusso può essere maggiore in una direzione piuttosto che nell’altra), instabile, influenzato da una serie di parametri quali i valori (la comunità scientifica ne ha di diversi rispetto a quella degli ambientalisti o da quella degli imprenditori), le visioni del mondo (più o meno sofisticate); le conoscenze specifiche (che rendono l’isola degli scienziati la più importante e la più centrale); gli obiettivi (in genere, gli scienziati vorrebbero più fondi per le loro ricerche, gli ecologisti maggiore protezione per l’ambiente e gli industriali maggiori guadagni); le aspettative (gli scienziati si aspettano una risposta “positiva” e persino un aggancio ai propri valori dal pubblico con cui comunicano; i pubblicitari sono interessati all’incremento delle vendite dei loro committenti); le modalità comunicative (gli scienziati comunicano spesso attraverso la divulgazione, i pubblicitari attraverso metafore e allusioni).

Da questa prospettiva “veneziana” possiamo concludere che:

a) la comunicazione pubblica della scienza è un sistema complesso costituito da numerosi elementi in rapporto dinamico tra loro mediante un’infinità di connessioni comunicative;

b) non esiste alcun modello universale di comunicazione pubblica della scienza. Un modello va bene per connettere l’isola A all’isola B, ma non va più bene per connettere A a C o B a C. Poche relazioni comunicative hanno effetti lineari. La gran parte ha effetti non lineari.

c) ogni ponte è importante. Ogni segmento della comunicazione pubblica della scienza è significativo, anche se variano la qualità e l’intensità dei flussi comunicativi rilevanti.

d) è necessario avere sia una visione analitica che una visione sintetica dell’arcipelago, perché nel sistema della comunicazione della scienza vi sono molti fenomeni imprevedibili ed emergenti.

 

La cittadinanza scientifica.

Nella società della conoscenza lo sviluppo dei rapporti tra scienza e società può evolvere lungo due direttrici divergenti. L’una di tipo autoritario, fondata sull’assunto che le decisioni in materia tecnoscientifica sono troppo complesse e hanno bisogno di tempi così rapidi da dover essere demandate a specialisti se si vuole evitare il caos etico e/o sociale. L’altra di tipo partecipativo, fondata non solo sul principio che anche le decisioni sulle applicazione delle conoscenze scientifiche devono essere assunte su base democratica ma anche sul principio, caro a uno dei pionieri della nuova scienza, Francis Bacon, che le nuove conoscenze scientifiche non devono essere a vantaggio di questo o di quello, ma dell’intera umanità.

Nel primo caso ci troviamo di fronte a un modello di democrazia tecnoscientifica autoritaria, che in campo etico può portare sia a forme di assolutismo (un’etica che si impone sulle altre e diventa legge generale) e in campo ecologico può portare a forme di militarizzazione del territorio (una scelta tecnoscientifica che viene imposta ai cittadini). Esempi di questo genere ne abbiamo avuti, di recente, anche in Italia.

Nel secondo caso, quello della democrazia partecipata nell’era della conoscenza, ci troviamo di fronte alla necessità di costruire una vera e propria cittadinanza scientifica. Che non solo consenta alla società di effettuare scelte di natura tecnoscientifica senza scadere in un populismo caotico e paralizzante. Ma che, soprattutto, consenta alla società di cogliere tutte le opportunità offerte dallo sviluppo delle conoscenze e di minimizzare rischi ed effetti sociali indesiderati (come l’aumento della disuguaglianza determinata dalla diversità di accesso alla conoscenza).

Anche di questo secondo modello partecipato abbiamo numerosi esempi recenti. Uno è quello offerto dall’Autorità britannica per la fertilizzazione umana e l’embriologia (HFEA), che ha dato il via libera, all’inizio del mese di settembre 2007, alla produzione di embrioni ibridi uomo-animale a fini esclusivi di ricerca scientifica. Una decisione innovativa non solo nel merito, ma anche nel metodo. Perché l’organismo tecnico-istituzionale –  cui compete per legge la possibilità di autorizzare o meno progetti di ricerca scientifica intorno alla fertilizzazione umana e all’embriologia – ha preso la sua decisione solo dopo aver consultato l’opinione pubblica del Regno Unito, che al 61% si è espressa a favore della sperimentazione. La consultazione, durata tre mesi e costata 220.000 euro, è stata realizzata mediante una capillare diffusione di informazioni, una serie di dibattiti e di focus group. Il sondaggio finale è stato, dunque, la conclusione di un complesso dialogo tra esperti e opinione pubblica. Questo esempio indica che anche nel rapporto tra scienza e società il metodo della democrazia partecipata non è un’astrazione utopica, ma una via percorribile. E dunque costituisce una significativa accelerazione nel processo, ormai ineludibile, di costruzione di una matura cittadinanza scientifica.

Ma cos’è, esattamente, questa cittadinanza scientifica e come è possibile costruirla? Non ci sono risposte definitive a queste domande. Anche se è certo che la cittadinanza scientifica non può essere ridotta solo alla sua dimensione politica. Ovvero a un metodo democratico per effettuare scelte che coinvolgono la scienza su questioni eticamente sensibili.

Anche se la dimensione politica della società della conoscenza non è certo marginale. Si tratti di decidere la localizzazione di una discarica o di alcune procedure per la procreazione medicalmente assistita, di testamento biologico o di strategie per contrastare i cambiamenti climatici, occorre trovare le migliori prassi e anche le migliori agorà dove assumere le decisioni senza rinunciare né al principio di massima efficacia né al principio di massima democrazia. Si tratta, in altri termini di trovare i punti di equilibrio dove gli shareholders – ovvero le istituzione della democrazia delegata e gli esperti – e gli stakeholders – coloro che hanno una posta in gioco – possano dialogare e compartecipare, ciascuno con le sue prerogative, alle decisioni.

Non è semplice. Per questo, una matura cittadinanza scientifica deve svilupparsi anche e in via prioritaria nella sua dimensione culturale. La cittadinanza scientifica è infatti un esercizio informato dei diritti di cittadinanza. Il che pone i grandi temi della comunicazione pubblica della scienza, a partire dai grandi centri di trasmissione dei saperi: la scuola e i mass media. Tenendo conto che la dimensione culturale della cittadinanza scientifica non si esaurisce solo nel massimo rigore e nella efficacia della comunicazione. Ma anche e soprattutto nel diritto all’accesso sia all’informazione sia alla produzione di informazione. È questo il grande tema del cultural divide, delle nuove disuguaglianze dentro e tra le nazioni. E c’è, infine, un problema di qualità. Informazione e conoscenza, come abbiamo detto, non sono sinonimi. L’informazione è un’entità ben definibile, che può essere (ed è) misurata in termini quantitativi. La conoscenza è un’elaborazione molto sofisticata dell’informazione, che richiede una grande capacità di creare connessioni tra persone, tra discipline, tra persone. La cittadinanza scientifica deve, dunque, essere declinata nella sua dimensione culturale nella correttezza dell’informazione, nell’accesso all’informazione e alla conoscenza, nella qualità della conoscenza.

Solo se la dimensione culturale è piena e ricca, è possibile sviluppare in maniera soddisfacente un’altra dimensione della cittadinanza scientifica, quella sociale. Che presuppone, nella sua essenza, non solo l’accesso democratico all’informazione e alla conoscenza, ma anche a una ridistribuzione vasta dei suoi benefici. Non solo la scienza, ma anche le applicazioni della scienza devono essere a vantaggio dell’intera umanità. In questo senso, assume un valore decisivo la qualità ambientale dello sviluppo. Un economia fondata sulla conoscenza è socialmente sostenibile solo se è anche ecologicamente sostenibile. E viceversa.

Eccoci, dunque, alla quarta dimensione della cittadinanza scientifica, quella economica. Oggi c’è una tensione molto forte da parte delle grandi imprese ad accaparrasi il monopolio delle informazioni e  delle conoscenze. Questo è un male, non solo perché è provato che la creatività scientifica è massima in un regime di libera circolazione dell’informazione e della conoscenza. E non solo perché è stato provato che lo sviluppo dell’economia della conoscenza è massimo solo in un ambiente complessivamente adatto, con una forte vocazione all’innovazione. Ma anche perché è possibile sviluppare un’economia della conoscenza dal basso – ovvero piccole imprese, spesso a carattere cooperativo, che producono beni ad alto tasso di conoscenza aggiunto. Solo sviluppando la dimensione economica della cittadinanza scientifica, ovvero solo combattendo i monopoli e gli oligopoli della conoscenza ed estendendo nella società l’opportunità ai produrre beni e servizi ad alto tasso di conoscenza aggiunto, potremo pensare di risolvere il più grande problema sociale dei nostri giorni: la disuguaglianza.

In conclusione, viviamo in un mondo sempre più segnato dalla conoscenza scientifica e dall’innovazione tecnologica. Abbiamo quindi bisogno di estendere la cittadinanza scientifica. Non sappiamo ancora mettere a fuoco con sufficiente definizione di dettaglio il concetto di cittadinanza scientifica. Sappiamo, però, che a ogni livello – culturale, sociale, politico ed economico – implica partecipazione. Estensione della democrazia, formale e sostanziale.

Ed implica comunicazione. Pubblica, trasparente. Come nel ‘600 la scienza è chiamata ad abbattere di nuovo il «paradigma della segretezza».

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