La risorsa infinita. Capitolo 12

Una partita da giocarsi con l’arbitro

 

In questo capitolo cominciamo a passare dall’analisi di quanto è accaduto e sta accadendo, di cui ci siamo occupati fino a qui, alle proposte; ma a questo scopo è opportuno prima richiamare, nei suoi connotati essenziali, il quadro di quanto abbiamo finora visto.

Il primo grande fenomeno che abbiamo analizzato è rappresentato dall’evoluzione in atto nel sistema produttivo (in particolare nella grande industria) per effetto dell’innovazione che a ritmo sempre più incalzante viene prodotta dalla ricerca scientifica e tecnologica.

L’innovazione dei processi produttivi (in ogni loro fase: da quella di progetto, allo sviluppo di prototipi, alla produzione di serie) ha l’effetto di accrescere a ritmo impressionante la produttività degli impianti, intesa sia come capacità di produzione a parità di tempo, sia come capacità di produzione per addetto: il sistema industriale produce sempre meglio e a ritmi sempre più accelerati, pur dando lavoro a un numero di addetti via via decrescente. Questo fenomeno ha una serie di effetti positivi sul sistema produttivo, che diviene non solo capace di sfornare un volume maggiore di prodotti, di migliore qualità e a costi più bassi; ma acquista anche crescenti caratteristiche di flessibilità. Tanto rilevanti sono questi vantaggi, che l’impresa si sente ed è obbligata a percorrere questa via; se non lo facesse, non sarebbe in grado di sostenere il confronto con la concorrenza, e le dure leggi del mercato la costringerebbero presto al fallimento e alla chiusura. Per l’imprenditore del settore industriale, l’innovazione dei processi produttivi – e in particolare la loro automazione – costituisce un provvedimento positivo da un lato, e inevitabile dall’altro.

Questo stesso fenomeno, che va trasformando il sistema industriale nel suo complesso in una macchina produttiva più efficiente ed efficace, va però d’altro lato attenuando vieppiù una serie di positive funzioni che la fabbrica storicamente irradiava sul territorio e sul tessuto sociale circostante. In particolare, lo stabilimento industriale svolge in misura via via decrescente il ruolo di produttore di posti di lavoro, e di stimolatore indiretto di fonti distribuite di reddito: ciò tende a restringere l’area, geografica e sociale, su cui il sistema industriale irradia i suoi benefici economici (e anche sociali e culturali), per configurarlo sempre più decisamente come produttore di flussi concentrati di ricchezza, con negative controindicazioni sia di carattere sociale (restringimento dell’area del benessere), sia di carattere strettamente imprenditoriale (tendenziale riduzione del numero e della solvibilità economica dei potenziali compratori).

Contemporaneamente alla innovazione e automazione dei processi produttivi nel settore industriale, gli strumenti dell’informatica e della telematica vanno diffondendosi rapidamente nei settori secondari e terziari, nel commercio e nei servizi; e ciò produce una serie di fenomeni che vanno modificando rapidamente i connotati e gli assetti organizzativi dell’economia e della società.

Da un lato, il cittadino dei paesi industrializzati si ritrova, a propria disposizione, una gamma via via più articolata e varia di nuovi servizi, la gran parte dei quali è basata sulle nuove tecnologie dell’informatica e delle comunicazioni (carte di credito; telepass; telefoni cellulari, computer e televisori interattivi, ecc.); dall’altro la diffusione di queste stesse e di altre tecnologie negli uffici, e più in generale nei luoghi di lavoro, va profondamente modificando i modi di produzione e la qualità dei servizi.

Mentre va elevandosi la qualità del lavoro e l’efficienza con cui questo viene svolto, la concorrenza della macchina all’uomo sul mercato del lavoro si diffonde anche nel settore dei servizi e del commercio, non solo nelle fabbriche, ma anche negli uffici: schematizzando, possiamo dire che ogni nuovo computer implica un uomo disoccupato. Nello stesso tempo si diffonde una ragnatela di connessioni informatiche, una sorta di nervatura artificiale che interconnette le varie funzioni diffuse sul territorio coordinandole fra loro fino a formare un sistema organizzato, che può essere controllato nelle sue modalità operative – ma anche per quanto riguarda i relativi flussi economici e finanziari – attraverso un certo numero di “stazioni di controllo” centralizzate.

Tutto ciò coopera con l’automazione dei processi produttivi del sistema industriale a generare una tendenza al progressivo restringimento dell’area della ricchezza: il numero di cittadini coinvolti come soggetti attivi nei processi economici e produttivi va via via diminuendo, vanno progressivamente sterilizzandosi le fonti distribuite di reddito, e i flussi di ricchezza vanno a convogliarsi verso un numero via via decrescente di bacini di raccolta privilegiati.

Fra i vari processi di trasformazione in atto ricordiamo in particolare:

a) la dematerializzazione dei prodotti, e lo sviluppo, accanto al mercato degli oggetti, del mercato delle funzioni; sovente, ciò che è oggetto della compra-vendita, non è una merce materiale, ma un immateriale servizio;

b) la delocalizzazione e riorganizzazione territoriale del sistema produttivo. Mentre la fabbrica industriale classica era concentrata in un preciso luogo, la nuova fabbrica si configura come un insieme di funzioni e di processi dislocati in posti diversi, e fra di loro coordinati per via telematica. Le attività più qualificate e “nobili” (quelle ad alto contenuto decisionale, e ad alto tasso di valore aggiunto) si concentrano nelle regioni più strutturate e forti; mentre vengono dislocate lontano quelle ad alto contenuto di “lavoro vivo” (e dunque quelle che maggiormente danno occupazione, seppure scarsamente qualificata) e a basso contenuto di valore aggiunto;

c) si sviluppa vieppiù il mercato finanziario telematico e la gestione remota dei flussi di valore aggiunto: qualunque sia il luogo in cui viene prodotta ricchezza (qualunque sia il luogo, dunque, in cui sia localizzata materialmente la generazione di profitto e di accumutazione), la possibilità di trasferire e controllare in tempo reale le risorse economiche tende a distillare il risultato economico netto in forma di flussi concentrati;

d) si restringe progressivamente lo spazio di intervento dello stato sociale (del “welfare state”). La competizione globale costringe l’impresa industriale a investire tutte le proprie risorse (non solo risorse economiche; ma anche risorse di progetto e di lavoro) nella continua innovazione dei propri processi e dei propri prodotti; la globalizzazione dell’economia (della produzione e del mercato) rende vieppiù difficile, per ciascuno stato nazionale, individuare i flussi di accumulazione e di profitto per poterli sottoporre a prelievo fiscale; la pressione fiscale si sposta dalla tassazione dell’accumulazione verso la tassazione del lavoro (e in particolare, del lavoro dipendente); cosicché, in presenza di un restringimento del numero degli occupati (e in attesa di individuare strumenti atti a debellare davvero l’evasione fiscale), diminuisce la capacità di drenaggio fiscale da parte dello stato, e dunque diminuisce la sua capacità di intervento.

Oltre a varie difficoltà di carattere sociale e politico (su cui fra poco torneremo), queste linee generali di tendenza interrompono quel circolo virtuoso classico grazie al quale l’aumento della capacità produttiva era accompagnato – in maniera semiautomatica – da un allargamento (anche geografico) del mercato, con aumento del numero di potenziali compratori.

Poiché il mercato, compresso dal restringimento dell’area della ricchezza, non può più espandersi spazialmente, il sistema produttivo è costretto a cercare i suoi margini di espansione agendo sul parametro tempo, cioè favorendo in ogni possibile modo (entro quell’area sempre più ristretta), il ritmo dei consumi. Funzionale a ciò è il progressivo spostamento dell’accento dal valore d’uso (funzionale all’essere), verso il valore di scambio, e ancor più verso il valore simbolico funzionale all’apparire, che è forte stimolatore del consumo e dello spreco.

Nelle aree del “benessere” (dove va concentrandosi la ricchezza prodotta da una macchina produttiva sempre più efficiente) vanno così concentrandosi consumi ridondanti; processo favorito, anche, dalla dematerializzazione dei prodotti.

Tutto ciò tende a generare difficoltà crescenti non solo nella larga maggioranza dell’umanità esclusa dallo sviluppo, ma anche all’interno di quella minoranza che vive nei paesi più strutturati e forti (difficoltà che esplodono, ancor più acute, nelle aree di frontiera del mondo industrializzato, lungo i confini che separano il Nord e il Sud del mondo). In particolare, si allargano e si acutizzano disparità crescenti fra classi sociali, fra regioni di uno stesso paese, fra paesi limitrofi: disparità non solo in termini di censo, ma anche in termini di diritto alle sicurezze più elementari e fondamentali (alla salute, all’istruzione, al riconoscimento dello stesso diritto di appartenenza alla comunità).

Un disoccupato non ha praticamente alcuno “stato” sociale, essendo deprivato anche dello strumento della rivendicazione organizzata e riconosciuta dei propri diritti (strumento che nelle democrazie moderne è stato rappresentato efficacemente, per molti decenni, dal diritto di sciopero). Democrazia monca, dunque, se si considera che in molti paesi (in molte regioni, in particolare, del nostro paese) è disoccupata – e dunque privata di tutte le sue sicurezze, e della maggior parte dei propri diritti civili – una frazione rilevante della popolazione potenzialmente attiva (e in particolare, e ciò è ancor più grave, dei giovani). E non è di grande conforto l’apprendere dagli esperti tramite sondaggi statistici (e il constatare personalmente nella realtà circostante) che molti nominali disoccupati sono in realtà semioccupati, cui viene offerto “lavoro nero” da parte della cosiddetta “economia sommersa”: si tratta comunque di cittadini di serie B.

Si aprono così spazi crescenti in cui la criminalità può trovare terreno per organizzarsi e reclutare i propri adepti fra i disperati privati di ogni alternativa; città congestionate dei paesi ricchi in cui si concentrano popolazioni, consumi, devastazione ambientale, contraddizioni, furti e rapine; città congestionate dei paesi meno ricchi, in cui si concentrano popolazioni, speranze e disperazioni, commerci delle merci più innominabili, e guerre di bande per il loro controllo; città congestionate dei paesi poveri, in cui si muore di fame e per non morire si mettono in vendita anche parti del proprio corpo, e di quello dei bambini. Mentre nelle regioni di frontiera si sviluppano intolleranze, fondamentalismi e incontenibili pressioni verso migrazioni di massa clandestine.

E anche all’interno della frazione più omologata della popolazione più fortunata dei paesi più ricchi e progrediti, la macchina produttiva e il cervello “pensante” (quello che programma e decide) va spostando la propria attenzione (la propria capacità di progetto, lo sforzo della propria ricerca, il fine dei propri investimenti, l’oggetto della propria martellante pubblicità) verso problemi e prodotti del tutto accessori, per stimolare nuovi bisogni inesistenti e dare a questi risposte perennemente nuove; il fine non è infatti che il compratore “stia bene”, ma che egli sia continuamente stimolato a nuovi consumi. E a riprova di ciò, constatiamo che il sistema produttivo (e più in generale il sistema dell’offerta) tende a lasciare senza risposta i bisogni primari e i diritti fondamentali dei singoli e della collettività, mentre va via via degradandosi lo stato e la vivibilità dell’ambiente naturale e di quello antropizzato; cosicché‚ si ha il paradosso che, mentre da un lato dilaga la disoccupazione, dall’altro servirebbe lavoro – ma lavoro non c’è – per rendere accettabile e piacevole la qualità della vita di quella gente che pure è tanto ricca e potente quanto mai lo è stata alcuna altra comunità umana nel corso della storia.

Né possiamo dire che questi aspetti negativi della nostra civiltà saranno compensati da un futuro migliore. Per produrre così miseri risultati, stiamo al contrario consumando a ritmo crescente preziose risorse che la natura ha accumulato in centinaia di milioni di anni; e stiamo martoriando l’ambiente naturale perturbandone al limite della rottura gli equilibri e i cicli, cosicché ci apprestiamo a consegnare alle generazioni che verranno un pianeta devastato ai limiti dell’invivibilità.

Se è vero – come pure è in sostanza vero – che alle origini di questo grande processo di trasformazione vi è l’innovazione tecnologica (figlia della ricerca scientifica e del sapere da essa prodotto), è allora legittimo e naturale chiedersi se, per tagliare il male alla radice, non sia il caso di interrompere e arrestare la penetrazione dell’innovazione nella nostra civiltà. Tuttavia, se anche ciò fosse possibile, abbiamo a più riprese osservato che non sarebbe né opportuno né utile. Se è vero infatti che la diffusione dell’innovazione nei processi produttivi ne riduce l’intensità di lavoro vivo con la negativa conseguenza di un tendenziale incremento della disoccupazione, sono però tali i vantaggi in termini di produttività e di flessibilità, che l’azienda – o il paese – che scelga di non percorrere questa via perderebbe rapidamente competitività nei confronti della concorrenza internazionale, con conseguenze assai più disastrose di quelle attuali dal punto di vista occupazionale, economico e produttivo.

Dunque la scelta di innovare i processi produttivi e i prodotti del settore industriale e dei servizi è, da un lato, una via obbligata; dall’altro è opportuna, perché produce effetti positivi sul sistema, visto che essa provoca un incremento della produttività e un miglioramento della qualità dei prodotti. Il punto è che da sola essa non basta: affinché gli effetti complessivi siano positivi, è necessario che essa sia accompagnata da una serie di correttivi i cui connotati ci sforzeremo di individuare e discutere in quanto segue.

Va osservato, per cominciare, che la dinamica dell’economia di mercato si basa sull’incontro fra due sistemi complementari, che si confrontano fra loro – portando interessi e valori diversi – fino a trovare l’equilibrio: il sistema dell’offerta (costituito da chi produce e vende), mosso dal motore dell’accumulazione e del profitto, la cui scala di valori è misurata dal valore di scambio (che alla accumulazione è funzionale); e il sistema della domanda (costituito da chi compra, usa e consuma), mosso dai bisogni, che comprando vuol dare risposta a tali bisogni ai fini del proprio benessere, la cui scala dei valori è misurata – almeno nello schema classico – dal valore d’uso funzionale all’essere.

Come abbiamo discusso fino a qui, negli ultimi decenni la configurazione del mercato – la configurazione di equilibrio classica – è stata fortemente perturbata dall’intervento di un nuovo parametro, l’innovazione tecnologica figlia della ricerca scientifica. Si tratta di un bene (il “saper fare”della scienza, con tutte le sue ricadute in termini di tecnologie) caratterizzato da una fortissima potenzialità, essendo capace di modificare in positivo i modi di operare, di progettare, di pensare, aumentando in misura impressionante l’efficacia, la flessibilità, la consapevolezza, la capacità di convinzione di chi lo detiene.

Ma occorre rilevare, a questo punto, che questo potenziale è penetrato e penetra nella nostra civiltà veicolato soprattutto dal sistema dell’offerta (e in particolare dal sistema della grande industria): esso solo ha la forza economica e politica e la sensibilità e capacità di progetto che sono necessarie per compiere ricerche in proprio, per utilizzare a proprio vantaggio la ricerca compiuta dal settore pubblico, e per indirizzare quest’ultima verso i settori e gli obiettivi più funzionali al proprio scopo. Non v’é da stupirsi dunque se tutto questo potenziale è stato finalizzato solo – o principalmente – verso l’obiettivo di generare accumulazione e profitto: altrimenti non potrebbe essere, considerato che il motore del sistema dell’offerta – e la sua stessa condizione di vita – è la generazione di accumulazione e profitto. E’ stata trascurata invece – se non come ricaduta accessoria, e sostanzialmente involontaria – la finalizzazione della ricerca ai fini di elevare il livello di qualità della vita dei singoli e della collettività.

Anzi, v’è di più. Anche il grande potenziale di convincimento proprio dei grandi strumenti di comunicazione di massa, frutto anch’esso di un impressionante sviluppo scientifico e tecnologico, viene controllato in sostanza, nei suoi contenuti, dal sistema della offerta; e questo lo usa per influire sul sistema della domanda e condizionarlo affinché esso sposti la propria attenzione dal valore d’uso verso il valore simbolico, cosicché la domanda da esso espressa sia più rivolta a consumi inutili che perennemente si rinnovano, anziché a prodotti strumenti e servizi funzionali alla qualità della vita.

Mentre dunque il sistema della offerta viene rafforzato dalla nuova disponibilità di sapere prodotto dalla scienza e dalle nuove capacità espresse dalla tecnologia (per cui ne risulta non solo potenziata la capacità operativa e la flessibilità, ma ne viene incrementato il peso politico e culturale e la capacità di influire sulle scelte), non si ha per contro alcuna simmetrica possibilità – per il sistema della domanda – di usare lo stesso potenziale di sapere e di tecnologia per rafforzarsi a sua volta. Al contrario, esso viene svuotato della sua naturale disposizione a esprimere una precisa domanda finalizzata all’essere, atta a condizionare il sistema dell’offerta, per divenire una appendice plasmata, nei suoi desideri e nei suoi gusti, da esigenze tutte funzionali alla buona salute del sistema produttivo e in particolare agli interessi espressi dai poteri forti del sistema della offerta; incapace invece di esprimere con chiarezza e con forza i propri bisogni, di aggregare tali bisogni in forma economicamente solvibile, e ancor più di trovare a quei bisogni una risposta altra rispetto alla rinuncia a tale risposta da parte del sistema dell’offerta.

Nella dinamica classica del mercato, la configurazione di equilibrio scaturisce da un confronto paritetico fra il sistema della domanda, portatore delle esigenze dell’essere rappresentate dal valore d’uso, e il sistema dell’offerta, che mette in campo il potente motore rappresentato dalla molla verso l’accumulazione e il profitto. Se mai uno dei sistemi è stato storicamente prevalente, è stato il primo dei due (“il cliente ha sempre ragione”); ma, oggi, l’innovazione tecnologica sposta l’asse di questo equilibrio decisamente dalla parte del secondo.

Se dunque è vero che non è né possibile né opportuno arrestare l’innovazione del sistema dell’offerta, è d’altra parte vero che è opportuno, e anzi necessario e urgente, intervenire sul sistema della domanda per potenziarlo a sua volta, in modo che sia in grado di esprimere con forza i suoi bisogni legati all’essere (le esigenze di qualità della vita); e sia anche in grado di trovare, a tali bisogni, una risposta efficace, anche quando tale risposta non venga dal sistema canonico dell’offerta. In altri termini, è necessario riscoprire e potenziare l’economia dei valori d’uso, reinventando nuovi meccanismi di simbiosi col nuovo assetto del sistema dell’offerta; ma nel frattempo, se necessario, trovando per essa “spazi paralleli” rispetto agli spazi invasivamente occupati dall’economia dei valori di scambio (alleata con l’economia del valore simbolico, portatrice di consumi ridondanti e di spreco). Non dunque rifiutare il sapere scientifico e l’innovazione: al contrario impadronirsi così compiutamente di questa risorsa da saperla mettere al servizio, oltre che dell’offerta, anche della domanda per sostenere lo sviluppo di un’economia dei valori d’uso che riempia i “vuoti” creati dalle dinamiche della globalizzazione.

Alla definizione dei connotati di questa economia dei valori d’uso, e alla discussione delle condizioni affinché essa si sviluppi, dedicheremo le poche pagine che seguono. Non perché, lo ribadiamo, questa economia debba sostituirsi a quella dominante dei valori di scambio. Ma perché essa, proprio perché debole e trascurata, ha bisogno di essere assistita e aiutata a crescere, e a trovar forza per esprimere la sua voce, fino a condizionare la seconda; che per sua parte procede su gambe robuste, ed esprime al proprio interno tutte le energie che servono per farla sviluppare.

Stiamo parlando, in primo luogo, di attività finalizzate a produrre e diffondere non tanto beni di consumo, quanto piuttosto ciò che possiamo chiamare “tasselli della qualità della vita”: a titolo di esempio (ma si tratta di qualcosa di più che non semplici esempi), attività finalizzate alla manutenzione delle città, e più in generale ad accrescerne la vivibilità; di attività finalizzate a garantire la salute dei cittadini (con particolare attenzione alla prevenzione, prima che non alla cura delle malattie); attività di cura e manutenzione dell’ambiente naturale e del territorio; attività educative, con attenzione anche all’uso costruttivo del tempo libero.

Sono tutte attività con caratteristiche che, alla luce di quanto visto finora, ci appaiono preziose. Non solo infatti esse danno risposta a bisogni fondamentali dei singoli e della collettività, ma sono anche caratterizzate da un alto contenuto di lavoro vivo, e sono in più fortemente radicate al territorio e alle sue risorse e sono come tali difficilmente espropriabili. Esse producono pertanto, tendenzialmente, fonti distribuite di reddito e dunque lavoro diffuso, dando così risposta a un altro bisogno sociale oggi profondamente sentito – l’occupazione – cui l’economia della competizione globale tende a dare una risposta sempre più debole.

Tuttavia lo sviluppo di queste attività sarà tutt’altro che automatico, essendo ostacolata da vincoli molteplici che devono essere rimossi.

In primo luogo vincoli di natura culturale, sia sul versante della domanda che su quello dell’offerta. In un momento storico in cui mille stimoli incentivano la parcellizzazione degli interessi, la competizione, la difesa dei privilegi, la furbizia di ogni singolo a danno della collettività, il consumo e lo sperpero a danno della conservazione, è più che mai necessario far maturare la cultura dell’impegno collaborativo per la costruzione di condizioni ambientali in cui anche a condizione di sacrifici di ciascun singolo, sia più soddisfacente la vita della collettività; e per dar risposta a questa domanda, una volta maturata, occorre organizzare un’offerta che richiede il recupero di saperi tradizionali e l’innesto, su questi, del “saper fare” che la moderna scienza mette a disposizione. E’ dunque necessario in particolare (ma non basta!) che il sapere scientifico e le potenzialità della tecnologia, che oggi penetrano nell’economia e nella civiltà – come abbiamo visto – soprattutto sul versante dell’offerta (in particolare per il tramite del sistema dell’industria “forte”), penetrino capillarmente nella società a partire dal versante della domanda: e ciò richiede un sistematico processo di alfabetizzazione scientifica di massa, di metabolizzazione organica dei nuovi saperi nella cultura classica, di partecipazione sociale alle scelte di politica scientifica al fine di promuovere sistemi territoriali di innovazione.

Vincoli, poi, di natura economica e anche – per conseguenza – di natura organizzativa e politica. Va infatti osservato che anche quando l’esigenza di condizioni ambientali tali da garantire una ragionevole qualità della vita per tutti sia diffusamente avvertita, ed esista per conseguenza una domanda potenziale nei confronti delle attività connesse coi valori d’uso, difficilmente tale domanda si aggrega in forma economicamente solvibile. Poiché‚ infatti, come abbiamo a più riprese osservato altrove, non è realistica la prospettiva che ogni singolo possa aspirare a comprarsi la sua nicchia privata di qualità ambientale, è necessario prevedere momenti di organizzazione sociale e politica che consentano di aggregare una sorta di committente collettivo, e individuare meccanismi atti a far sì che tali soggetti possano procurarsi le risorse necessarie a configurarli come committenti solvibili.

Considerato che la principale molla per questi settori di attività non è l’accumulazione e il profitto, ma una domanda di qualità della vita proveniente dal basso, un ruolo rilevante per la loro organizzazione e gestione possono avere l’associazionismo, le organizzazioni senza scopo di lucro e tutti quei soggetti “non profit” che vanno a costituire quello che va sotto il nome di “terzo settore”; e un ruolo fondamentale deve avere anche lo Stato cui spetta come minimo il compito di fornire il quadro normativo e tutto un insieme di necessari incentivi economici, fiscali, organizzativi; ma spazi importanti si aprono anche per vere e proprie società territoriali la cui missione imprenditoriale sia rappresentata dalla valorizzazione delle risorse ambientali e collettive (beni storici, artistici e culturali; tradizioni culturali; prodotti tipici artigianali e gastronomici; ecc.) per soddisfare una domanda locale, ma anche e soprattutto una domanda remota.

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