La risorsa infinita. Capitolo 11.

La scienza e il Mezzogiorno d’Europa

Fin dalla premessa di questo libro abbiamo osservato – e poi nei vari capitoli abbiamo approfondito da molteplici punti di vista – come il modello di sviluppo adottato nelle ultime decadi dai paesi più potenti e ricchi, al cui novero anche noi apparteniamo, sia non sostenibile, cioè privo di futuro. Per conseguenza, due sono le prospettive, fra di loro alternative, che si aprono di fronte a noi: o acquisiamo consapevolezza dei pericoli incombenti, e adottiamo tempestivamente adeguate contromisure, o chiudiamo gli occhi arroccandoci in una beata e colpevole incoscienza, aspettando che la situazione esploda con modalità che a quel punto saranno ormai catastrofiche e incontrollabili.

Abbiamo anche visto che il mondo è diviso in due parti profondamente disuguali, separate da un confine che solo in parte è geografico, a dividere i paesi ricchi e potenti da quelli poveri ed emarginati; in parte è un confine che attraversa la società anche all’interno dei paesi ricchi, escludendo dal benessere una frazione sempre più consistente dei cittadini, il cui bilancio familiare è confinato al di sotto della soglia di povertà.

Le contraddizioni che conseguono da questa configurazione così ingiusta del mondo e dell’umanità si manifestano, con frequenza ed intensità crescenti, un poco dappertutto in varie parti del pianeta; ma, soprattutto, appaiono in forma più cruda ed evidente, e con maggior anticipo, nelle aree situate in prossimità dei confini tra il Nord ed il Sud del mondo, come vengono convenzionalmente chiamate la parte ricca e la parte povera dell’umanità.

La cura dei mali richiede prima una diagnosi; e tanto più la diagnosi è precoce, tanto più efficace sarà la terapia. Da ciò consegue che il nostro Mezzogiorno, che solo uno stretto mare separa dal Sud del mondo ed è, pertanto, terra di confine, rappresenta un osservatorio privilegiato per cogliere i primi sintomi dei mali che poi investiranno l’intero paese e, poi, l’Europa tutta.

In questo spirito, analizziamo criticamente le linee di tendenza in atto nel Mezzogiorno d’Italia nel contesto globale, cercando di trarre indicazioni per le scelte programmatiche da proporre per l’intero paese. Anticipiamo fin da ora che facendo questo esercizio troveremo conferma puntuale delle previsioni da noi fatte quando, circa venti anni addietro, proponemmo analogo esercizio ad una scala territoriale più limitata, con l’intento di suggerire il modello economico/produttivo da adottare per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia nel contesto nazionale.

La prima osservazione che vogliamo fare riguarda il sistema delle grandi industrie “pesanti” (siderurgiche, elettromeccaniche, chimiche, cantieristiche, ecc.) che erano state realizzate soprattutto fra gli anni ’50 e gli anni ’70 del XX secolo, nell’ambito del progetto pubblico di industrializzazione del Mezzogiorno. A partire degli anni ’80, è iniziato un processo di dismissione che è poi continuato nelle successive decadi, fino ad essere oggi praticamente completato salvo poche eccezioni.

Parallelamente, anche il sistema delle grandi industrie private si è anch’esso fortemente ridimensionato; e con un ritardo di alcuni lustri, analogo destino comincia ad investire il sistema industriale dell’intero paese.

Questo fenomeno è il riflesso più macroscopico ed evidente del processo di “razionalizzazione”del sistema industriale sovranazionale: nel riferimento del mercato globale: la riorganizzazione dei processi produttivi al fine di minimizzare i costi non è più limitato alla scala dei singoli stabilimenti, ma viene attuato alla scala globale.

Con l’aiuto delle nuove tecnologie delle comunicazioni, della automazione, della informazione, il processo produttivo viene scomposto e smembrato, localizzando ogni fase e ogni funzione laddove, nel mondo, sia più conveniente al fine della minimizzazione dei costi. Esistono molti paesi più convenienti del nostro da questo punto di vista: in termini di costo della manodopera; di costo delle materie prime; di incidenza degli oneri fiscali sulle retribuzioni; di tasse sui prodotti; di costo dei presidi ambientali; di costo delle misure di sicurezza sul lavoro.

D’altra parte, le stesse nuove tecnologie offrono potenti strumenti per gestire remotamente i flussi di valore aggiunto, incanalando i profitti verso poche privilegiate tasche, il più protetti possibile dai drenaggi fiscali.

Tutto ciò considerato, contrastare queste immani spinte centrifughe che provocano l’emigrazione dei grandi stabilimenti industriali dal nostro Mezzogiorno e dal nostro paese, appare una impresa disperata ed impossibile: quando ciò è stato tentato (allocando talvolta consistenti aiuti pubblici ed incentivi) si è ottenuto al più un rallentamento di un processo che appare nella sostanza ineluttabile.

D’altra parte, va osservato che ancor prima di essere dismesso dal nostro territorio, il sistema dei grandi stabilimenti industriali svolge in misura sempre più tenue il complesso di positive funzioni socio-economiche che gli erano proprie “classicamente”: anche alla scala locale, la “razionalizzazione” progressiva del processo produttivo si traduce, da un lato, in “esuberi” sempre più consistenti di personale e conseguenti licenziamenti; mentre, dall’altro lato, richiede investimenti che spesso sono realizzati col sostegno pubblico o, comunque, raccogliendo provviste dal mercato finanziario alimentato dal piccolo risparmio.

Per cui, come risultato netto, il sistema della grande industria, anziché inseminare nella società fonti distributive di reddito, si configura come concentratore, collettore e consumatore di risorse diffuse; né, d’altra parte, contribuisce significativamente, coi suoi bilanci in perdita o in risicato utile, alla raccolta fiscale da parte dello Stato. Considerato che i grandi impianti implicano, in più, ingenti consumi di risorse comuni e/o non rinnovabili (materie prime, energia, territorio, qualità dell’ambiente, ecc.), la loro dismissione si avvicina vieppiù a tradursi in un vantaggio anziché un danno per la collettività. A quel punto, in più, non avremo più remore e controindicazioni a contrastare, anziché sostenere con benevolenza o addirittura con incentivi, il consumo e l’uso dei prodotti inutili (status symbols, quali i Suv come veicoli da città; o elettrodomestici perennemente di ultima generazione, ecc) ed, anzi, dannosi per il consumo di risorse energetiche, territoriali, ambientali che essi richiedono in fase di gestione, ed, ancor più, per il loro perenne aggiornamento e rinnovo.

A fronte del forzoso ridimensionamento del positivo ruolo che il sistema della grande impresa industriale ha avuto ed ha per l’economia nazionale, è necessario puntare sul potenziamento della piccola e media impresa.

Anche in questo caso si manifesta – con intensità inversamente proporzionale alle dimensioni aziendali- la spinta a dislocare all’estero parte del processo produttivo; tuttavia, il fenomeno si mantiene più contenuto e, in ogni caso, rimane efficace un cordone ombelicale che lega (almeno per quanto riguarda i flussi economico- finanziari) le gemmazioni estere alla casa-madre; cosicchè almeno i benefici prodotti dagli utili possono irradiarsi sul territorio di origine.

Non è facile, per le piccole e medie imprese, raggiungere e mantenere la necessaria competitività sul mercato globale. Il raggiungimento di questo obiettivo è facilitato dalla organizzazione degli insediamenti produttivi nella forma di distretti merceologicamente omogenei e/o complementari, in modo da dare ordine e regole alla necessaria concorrenza fra le aziende insediate, e da sviluppare sinergie ed economie di scala nelle varie fasi del processo produttivo e commerciale (ricerca, accesso al credito; approvvigionamento di materie prime e semilavorati; interfacciamento commerciale col mercato; promozione; ecc), in modo da coniugare la flessibilità e fantasia della piccola impresa con la forza organizzativa dei grandi operatori industriali e commerciali.

Osserviamo anche che la dismissione dei grandi insediamenti dell’industria pesante ha liberato porzioni di territorio che si candidano, naturalmente, ad ospitare distretti produttivi della nuova tipologia di industrie “leggere” proiettate nel futuro.

Ma molte altre indicazioni ci vengono dagli approfondimenti da noi sviluppati nei vari capitoli di questo libro.

I settori su cui puntare saranno caratterizzati da basso contenuto di materia ed alta intensità di ingegno (o di conoscenza); e produrranno valore d’uso più che beni caratterizzati da valore simbolico destinati al rapido consumo; o, se vogliamo, produrranno beni che si connotano come “tasselli della qualità della vita”.

I vincoli da imporre sia ai prodotti che ai processi saranno finalizzati a ottimizzare e minimizzare i consumi di energia, privilegiando, nel contempo, il riuso e il riciclo di materie prime; a valorizzare, anziché consumare, le risorse ambientali e culturali e la capacità di lavoro di cui il nostro territorio e la nostra società sono così ricchi.

Sono tutte indicazioni che rimangono vaghe e inefficaci se non vengono irrobustite di concretezza attraverso almeno un esempio che, nel caso specifico, non può che essere altro se non la Città della Scienza di Bagnoli: una struttura in cui entrambi gli autori di questo libro sono coinvolti, la cui conoscenza da parte dei più curiosi fra i nostri lettori può essere approfondita leggendo il libro scritto al riguardo da Pietro Greco, o visitando il sito web www.cittadellascienza.it, o venendoci a trovare a Napoli nei nostri spazi aperti al pubblico.

Una struttura che svolge, nella enunciazione e nei fatti, una funzione di propulsione della nuova vocazione produttiva di un’area – bellissima per qualità ambientale e per memorie archeologiche, culturali e storiche- recuperate dopo la dismissione di un grande stabilimento siderurgico. Una struttura complessa che svolge attività di diffusione della cultura scientifica, ma anche di propulsione di un sistema di nuove “industrie della cultura” , e di promozione delle grandi potenzialità imprenditoriali e ambientali offerte da un programma organico di recupero di saperi tradizionali ormai sopiti e sul punto di essere dimenticati, ma pronti a riacquistare vitalità non appena vengano riportati alla luce.

Ma prima di chiudere questo capitolo, vogliamo ricordare, sia pure di sfuggita, un’altra grande potenzialità che possiede il nostro Mezzogiorno, ed anche l’intero nostro Paese: quello di essere ponte che collega, attraverso il Mediterraneo, l’Europa all’africa e al Sud del mondo.

Come abbiamo visto nel capitolo 7, la teoria dei sistemi complessi prevede che in tali sistemi, quando sottoposti a intensi flussi di energia e di materia, e per ciò stesso mantenuti lontano dall’equilibrio, possa generarsi ordine strutturale e funzionale, purchè si sia in presenza di catalizzatori, cioè, in sostanza, di stimolatori della cooperazione. In assenza di catalizzatori, la lontananza dall’equilibrio produce invece solo caos e disordine.

Per questo, forse, il Mediterraneo, luogo di incontro e scontro fra diverse etnie e civiltà, è stato fin dai tempi più antichi di cui si abbia memoria, culla di civiltà; così come è stato, di tempo in tempo, teatro di guerre, intolleranza e atrocità.

Oggi la qualità della vita e le condizioni economiche dei popoli che affacciano sul Mediterraneo, e di quelli che premono dai rispettivi retroterra, si allontanano di anno in anno di più. Il Mediterraneo diviene luogo di incontro e scontro di economie divergenti, e si allontana ancor più dalle condizioni di equilibrio.

Nel contempo, la competizione sempre più accesa fra i colossi del mondo industrializzato per la conquista di nuovi sbocchi di mercato e nuove risorse, e per la difesa delle quote già possedute, fa di ognuno il nemico di tutti; e a questa lotta senza quartiere (che è innanzitutto commerciale, ma si fa poi anche culturale, politica e militare) ciascuno dedica non solo le proprie capacità di progetto e di invenzione, ma anche la forza di persuasione di un sistema di comunicazione sempre più pervasivo, e martellante e suadente. Il sistema dell’offerta del mercato globale cerca, così, di catturare ai propri prodotti anche le poche disponibilità economiche di qui paesi le cui precarie condizioni richiederebbero di rispettare ben altre priorità. Stiamo cercando di ottenere il miracoloso risultato – e in larga misura, miracolosamente, lo otteniamo-che ognuno, dimenticando fame e privazioni proprie, e ancor più quelle del vicino, si faccia bevitore di CocaCola, frequentatore di Mc Donald’s, utente di telefonini; e che a queste aspirazioni tutti insieme sacrifichino ogni loro speranza.

Ciò facendo, chiediamo loro di votarsi a nuovi idoli, ripudiando la loro cultura, le loro tradizioni, la loro religione.

In questo modo ogni stimolo alla cooperazione, che deve fondarsi, innanzitutto, sul reciproco rispetto, viene reciso sul nascere; e vengono invece diffusi a piene mani i germi della competizione, la anticultura del “ciascuno per sé contro tutti”, dello spreco a dispetto della povertà.

E, dunque, il Mediterraneo, luogo di disequilibri acuti, viene privato anche dei catalizzatori, sterilizzando il confronto e la cooperazione per seminare dissidio.

Viene, così, con cura preparato il terreno perché esso divenga non già luogo di sintesi di nuove civiltà, ma camera di compressione di crescenti tensioni e intolleranze, per la successiva esplosione in conflitti. Da un lato, popoli potenti e ricchi, ma vecchi e stanchi, nei quali si allunga viepiù la vita media, e il numero dei pensionati supererà presto quello della popolazione attiva. Dall’altro, paesi poveri, ma esuberanti di carica vitale e di gioventù e combattivi, se non altro per disperazione.

In questa stagione di conflitti, che va ineluttabilmente preparandosi a meno di una svolta politica e culturale profonda, chi si troverà in prima linea sarà il Mezzogiorno d’Europa, cioè l’Italia e, segnatamente, il nostro Mezzogiorno.

La pressione della immigrazione clandestina si farà più sistematica e organizzata, e si diffonderà a tutte le nostre coste fino a divenire incontenibile; e ad essa si affiancherà l’attacco di una malavita organizzata in bande sempre più feroci e meglio armate; armate, oltretutto, delle armi che noi stessi produciamo e vendiamo, riempendone il mondo.

In questa prospettiva, la sfida che ha di fronte a sé il Mezzogiorno d’Italia – e, dunque, il nostro paese nel suo complesso – non è una sola, ma duplice; una sfida cui non può sottrarsi, e che deve necessariamente vincere, se non vuole essere inesorabilmente risucchiato nel sottosviluppo e nel caos.

In primo luogo, occorre farsi così padroni del sapere scientifico e dell’innovazione, da metterli a disposizione non solo dell’offerta, ma anche della domanda; cosicchè essi siano al servizio non solo dello sviluppo economico di una minoranza di noi, ma anche della qualità della vita di tutti.

Tutto ciò è stato approfonditamente discusso nei precedenti capitoli; ma ora, allargando le prospettive, ciò non basta più.

Occorre, infatti, farsi promotori e soggetti trainanti di un processo di sviluppo collaborativo del quale ciascuno dei paesi che affacciano sul Mediterraneo si senta partecipe e coprotagonista, e che produca in ciascuno di essi fonti distribuite di reddito e benessere diffuso.

A tal riguardo, va tenuto conto che quando parliamo di paesi più arretrati del nostro dal punto di vista economico e da quello della capacità di sviluppo e uso di tecnologie avanzate, è azzardato prevedere che il riscatto economico possa basarsi unicamente sulla compartecipazione al processo di globalizzazione: è necessario, come condizione pregiudiziale, che venga salvaguardata la risposta locale ai bisogni primari.

Un ultimo commento.

Se è vero che un programma di sviluppo collaborativo richiede che ognuno sia protagonista delle proprie scelte – tanto protagonista da essere capace anche di confrontare le sue scelte con quelle altrui- allora a promuovere la collaborazione può essere solo un soggetto detentore di una forte carica di credibilità.

A questa credibilità il nostro paese può ambire solo se saprà conquistarsela sul campo, mostrando coi fatti che almeno al proprio interno si sta muovendo concretamente secondo programmi capaci di generare fonti distribuite di reddito, e di dar tono, innanzitutto, con tali programmi, all’economia e alle qualità della vita nel nostro Mezzogiorno.

 

 

 

 

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