A ciascuno il suo ruolo

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Nel marzo ’93 scrissi un articolo sulla rubrica Futuro presente che tenevo quell’anno sulle pagine de Il Mattino.

 

già pubblicato su IL MATTINO, Futuro presente. Venerdì 12 marzo 1993

Siamo tutti coscienti che questo è uno dei momenti più neri della nostra storia. Il mondo ci guarda con meraviglia; ci giudica con severità; non è possibile dirsi italiano senza vergogna. Eppure, anche in queste ore nere, vi sono momenti in cui sono intimamente orgoglioso di appartenere a questo singolare popolo. In questo ultimo anno, non vi è stato giorno in cui tutti noi non siamo stati investiti da un incalzare di notizie di soprusi e ruberie che una piccola minoranza tra i cittadini ha compiuto a nome e a danno di tutti: un malaffare – tanto più grave perché diffuso tra chi doveva rappresentarci e governarci, e custodire la credibilità delle istituzioni – di cui ci giungevano solo segnali ma della cui reale portata eravamo all’oscuro.

E quando la pentola si è scoperta, ed è apparso chiaro e palese il marcio che vi bolliva, questo popolo ha accettato, in silenzio, di prendere su di sé le conseguenze di tanti anni di malgoverno. Ha accettato, nel silenzio, di vedere annullati i servizi sociali conquistati lentamente, attraverso lunghe e faticose lotte, di vedere monetizzati i diritti fondamentali; di vedere moltiplicarsi le tasse e decurtare gli stipendi, a fronte di servizi sempre più abbandonati allo sfascio. Ha accettato tutto ciò in nome dell’esigenza di dover comunque ripartire, per poi ricostruire pazientemente una fase nuova della Repubblica. Tanto paziente è stato, questo popolo, da alimentare talvolta il sospetto che le coscienze si fossero addormentate, e fosse solo per stanchezza, e per qualunquismo, che tutto ciò veniva accettato. Ed ecco perché, dopo questa prima domenica di marzo del 1993, io mi sento più rinfrancato e ottimista. Perché quando si è cercato di andare troppo oltre, di approfittare di questa pazienza, fino al punto di cercare di riazzerare tutto, facendo finta che nulla fosse successo; e riconquistare con un colpo di spugna, quegli stessi che hanno perso irrimediabilmente la loro credibilità, una legittimazione ad operare, a nome di tutti, a vantaggio di pochissimi; allora, in questa domenica di marzo, questo popolo ha espresso in modo chiaro e inequivocabile – seppure attraverso canali poco roboanti e senza alzare la voce – la propria protesta, da fermare la manovra sul nascere, e richiamare tutti alle proprie responsabilità. È giunto il momento che coloro che – quali che siano stati i trucchi adottati per farsi eleggere o nominare – hanno comunque nei riguardi di tutti, nei riguardi del popolo sovrano, responsabilità così alte e così gravi, capiscano finalmente che vi è una condizione irrinunciabile, che alimenta quella pazienza su cui si basa anche ogni possibilità di rinascita. Ed è che ognuno reimpari a farsi carico delle proprie responsabilità. Responsabilità dei propri errori, delle proprie colpe; del lavoro quotidiano, duro e poco appariscente, per la gestione delle questioni di ordinaria amministrazione; per il salvataggio del preesistente, prima ancora che per la costruzione del nuovo. Responsabilità di informazione, chiara e oggettiva sui fatti. Nessuno ha più voglia di sentir parlare, in assolo o in contraddittorio, ciascuno a proposito delle colpe altrui, o di ciò che gli altri devono fare. Impariamo, in primo luogo, a star zitti e lavorare; e a lasciar lavorare il Paese, che vuole operare e ricostruire. Faccia leggi che deve far leggi; amministri chi deve amministrare; indaghi chi deve indagare. Faccia l’imprenditore, rischiando in proprio, e guadagnando se riesce, chi si qualifica tale. Condanni chi deve condannare. E paghi chi deve pagare, si tratti di debiti, di tasse o di anni di galera. Se su questo terreno ognuno saprà riconquistarsi il rispetto di chi gli sta vicino e quello della collettività, allora sarà possibile affrontare in tempi brevi anche problemi di più lungo respiro. Problemi che, così a lungo trascurati, hanno assunto caratteristiche di urgenza; ma che proprio in virtù del loro enorme rilievo devono essere affrontati con ponderazione e con severità. Mi riferisco alle riforme istituzionali, a quelle elettorali, alla gestione della pubblica amministrazione e della giustizia. Ma chi pretende di rovesciare il problema, cercando di risolvere dall’alto per magia – a colpi di decreti, referendum, sanatorie, costituenti, e chi più ne ha più ne metta – ciò che può essere risolto solo col paziente, responsabile lavoro, dimostra di essere un pezzo qualunque del vecchio ciarpame, che deve solo essere gettato, e al più presto dimenticato.

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