Il controllo preventivo

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Vi ripropongo qui, cari amici, un articolo di 23 anni fa (1993), che mi sembra ancora per certe parti attuale.

 

già pubblicato su IL MATTINO, Futuro presente. Venerdì 19 febbraio 1993

Uno dei principali temi all’ordine del giorno i n Italia è quello delle riforme istituzionali: regole proporzionali o maggioritarie, elezione diretta o indiretta, uninominale e non , e così via. È doveroso e giusto, perché una buona democrazia è fatta soprattutto di buone regole del gioco. E che le nostre non sian buone è dimostrato – seppur non vi fossero altre mille buone ragioni, che riempiono le prime pagine dei giornali da mesi – dal fatto che discussioni, progetti e litigi, su questo tema fondamentale sono circoscritti tra ristrette mura, lasciando trapelare solo quanto basta per indurre cittadini (cui spetta o spetterebbe la decisione finale) in stato confusionale.

Qui proverò a fare con voi l’esercizio del profano, che però prova a pensare con la propria testa. Democrazia significa governo collettivo dei sistemi da cui dipendono la vita e il benessere della collettività. Noi italiani siamo gente di fantasia, e anche amanti delle sfide impossibili: per questo la nostra storia ha prodotto tanti geni, ma anche tanti aborti. In tema di democrazia, negli ultimi cinquant’anni abbiano tentato una scommessa rischiosa; ma abbiamo sballato, come chi esagera a “sette e mezzo”. Credo infatti che molti dei nostri mali discendano dal fatto che, organizzandoci per il governo collettivo del sistema politico e sociale, abbiamo tentato la strada difficile del “controllo preventivo”. Non solo una partecipazione quanto più larga possibile – attraverso il sistema della rappresentanza –alle grandi scelte: e questo, in democrazia, è un punto irrinunciabile. Abbiamo tentato la strada del controllo preventivo anche dell’operato dell’Esecutivo, nonché del rispetto – da parte delle Istituzioni e dei cittadini – delle regole del gioco. Il controllo preventivo, se funziona, è quanto di meglio: sarebbe infatti in grado, in teoria, di prevenire ogni malanno. Per realizzare questo tentativo, abbiamo però pagato due tributi pesanti. Il primo è che è divenuto difficile – quasi impossibile – individuare il responsabile di ogni scelta e azione. La responsabilità è localizzata in poche e precise mani; ma è nascosta all’interno di una sistema complesso di organismi pletorici e rituali, utili solo a corresponsabilizzare, col decisore vero, anche un gran numero di comparse. E ciò non solo a livello di governo centrale dello Stato, ma anche per Istituzioni più periferiche e decentrate: Provincie, Regioni, Università ecc. Un’Università, ad esempio, ha Rettore, Consiglio di Amministrazione, Senato Accademico, decine di Dipartimenti autonomi ognuno con la propria Giunta e Consiglio di Dipartimento. Se qualcosa non funziona, se si manifesta una irregolarità, responsabili sono tutti e nessuno.

L’altro prezzo pagato al controllo preventivo è l’attivazione di un’impressionante rete di procedure improntate alla presunzione della volontà di reato: un sistema che rende farraginosa e lenta l’attività degli onesti, e che viene invece facilmente eluso da chi ha in effetti tale volontà. In più, la concentrazione degli sforzi sul momento preventivo, ha fortemente allentato la tensione sul controllo consultivo, e sul perseguimento di eventuali abusi. A livello di gente comune, la presunzione di reato produce danni; mentre il reato resta spesso impunito. Mentre, a livello di Esecutivo, ognuno è inamovibile nella sua carica, deresponsabilizzato nei confronti del collettività rispetto al perseguimento o meno degli obiettivi istituzionali posti a programma. Il principale criterio-guida delle riforme istituzionali dovrebbe essere allora quello di fornire criteri semplici e limpidi per l’individuazione e la scelta, da parte della collettività, dei soggetti responsabili; e criteri rapidi ed efficaci per controllare – e poi perseguire, o almeno risolvere – le inadempienze.

Criteri semplici da enunciare ma delicati e complessi da tradurre in regole. È evidente che il problema non può essere risolto chiamando il cittadino a dire si o no a domande poste a livello di referendum, tanto più se le domande son formulate da quegli stessi soggetti che hanno chiaramente mostrato di aver più a cuore i loro meschini interessi personali che non quelli della collettività. Ciò pone in primo piano il problema di individuare il soggetto che possa credibilmente allestire le riforme istituzionali, in un clima di generale delegittimazione delle Istituzioni. Ma questo è un altro argomento.

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