In tema di responsabilità

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Nel ’93 scrissi un articolo sulla rubrica Futuro presente che tenevo quell’anno sulle pagine de Il Mattino.

Mi piace riproporvelo oggi.

già pubblicato su IL MATTINO, Futuro presente. Venerdì 20 agosto 1993

Secondo gli psicologi – e ciascuno può tentare un semplice esperimento su se stesso – non è possibile che nella mente alberghino pensieri di odio, se nello stesso tempo il volto è atteggiato al sorriso; e allora un esercizio puramente meccanico dei muscoli facciali può essere un buon punto di partenza per affrontare la vita più allegramente. Non so fino a che punto questo sia vero – quanto quell’incompatibilità permanga quando il sorriso divenga una semplice maschera; ma so per certo che una regola analoga vale per le città: non è possibile che una città sia florida e vivibile se non è, in primo luogo, pulita. E allora pulire la città, e mantenerla pulita, è un punto di partenza necessario – anche se, naturalmente, non è sufficiente – per promuovere la rinascita.

Pare che di questa semplice regola fosse ben consapevole Carlo III di Borbone: non appena divenne re di Napoli, per prima cosa la ripulì come uno specchio; e pulita si apprestò a mantenerla. Di lì a poco, però, divenne re di Spagna. E trovò Madrid ancora più sporca di quanto non avesse trovato Napoli. Lui non si scoraggiò e ripulì a punto anche la capitale spagnola; e in effetti è ricordato nella storia come un grande re e un grande imperatore.

Non tutte le città, e non sempre, possono essere amministrate  da personaggi della statura di Carlo III; né fortunatamente un sindaco – in questi nostri tempi moderni e democratici – può disporre di tante risorse, umane e materiali, quante ne poteva mobilitare volendo il re delle Due Sicilie, addirittura l’imperatore di Spagna.

Oggi la pulizia di una grande metropoli non può più discendere dalla graziosa e illuminata decisione del principe. Oggi il problema dell’igiene urbana può essere affrontato solo con strumenti collettivi: è necessario allora mettere in campo una complessa macchina tecnica e organizzativa. Ma l’aspetto che voglio mettere qui in evidenza, è che si tratta di un problema che non può comunque essere risolto senza la generale collaborazione dei cittadini.

Finché ciascuno di noi, singolarmente, non imparerà a trattar con rispetto il patrimonio che è di tutti; finché ognuno si sente autorizzato ad abbandonare, dove e quando capita, per le strade o addirittura in mare, i propri rifiuti; finché molti dopo aver letto il giornale – o dopo averlo utilizzato per gli scopi più vari – lo buttano dove capita, e gli altri guardano indifferenti; finché tutto ciò accade, la città non potrà mai essere pulita.

È ben chiaro che anche i comportamenti collettivi sono in larga misura lo specchio dell’atteggiamento e della volontà di chi amministra e governa. Fra i tanti, vi è sempre qualcuno che è incivile, indisciplinato, arrogante; e quando gli altri vedono che le intollerabili offese ai beni collettivi possono essere compiute impunemente, sotto gli occhi di coloro cui spetta istituzionalmente di salvaguardarlo, si sentono essi stessi offesi e impotenti, e si adeguano nei loro comportamenti a quel degrado che appare ormai ineluttabile.

Così come è vero che l’altra grande risorsa collettiva, il volontariato, da cui potrebbe venire un grande contributo alla salvaguardia dell’ambiente, non si dispiega a sua volta senza uno stimolo e senza punti di riferimento organizzativi e normativi, che solo la pubblica amministrazione può dare. E tuttavia in questi tempi tristi, in cui molti dei cardini della organizzazione civile e istituzionale ci vengono a mancare, non c’è niente di più deleterio e pericoloso di rimpallarsi la responsabilità. Se vogliamo sbrogliare questa matassa, il bandolo dobbiamo trovarlo, e da lì dobbiamo cominciare a dipanarla, con pazienza. Questo bandolo può essere oggi solo nella generale assunzione, dal basso, delle nostre umili, piccole, semplici responsabilità quotidiane; e questo vale anche per quanto riguarda i nostri comportamenti – di ciascuno di noi – nei confronti ad esempio della pulizia della città. Occorre che ciascuno di noi non abbia paura né vergogna – quanto immotivate! – di mostrarsi un don Chisciotte se si comporta da persona civile, pur se circondato da inciviltà; occorre che questo donchisciottismo ciascuno di noi lo insegni, col suo esempio, a chi gli sta vicino, in famiglia, nella scuola, al lavoro. I comportamenti corretti, se compiuti senza paure, sono altrettanto e più coraggiosi degli atti di inciviltà.

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