Di ritorno dal Nord

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Dal Nord al Sud, dal Sud al Nord; un mio articolo del 1993!

già pubblicato su IL MATTINO, Futuro presente. Venerdì 9 luglio 1993

Ho fatto  di recente un breve viaggio di lavoro, triste e istruttivo, nel Nord industrializzato; nel cuore della economia e della produzione del nostro Bel Paese. Vi si respirano, più ancora che al Sud, tutti i sintomi e le paure della crisi. Ma ciò che più mi ha impressionato, è quanto sia diffusa la rabbia nei confronti del presunto colpevole: il Mezzogiorno, sia direttamente che attraverso la sua espressione, il “Governo Borbonico”. Non solo su questioni di economia (il Nord lavora e paga tasse, il Sud è un fardello parassitario); ma anche sulle questioni sociali più varie. Il traffico urbano si va facendo di giorno in giorno più caotico: sono i meridionali, sempre più numerosi, che importano e diffondono le cattive abitudini napoletane. Le scuole non funzionano, il livello della didattica si abbassa: i docenti, anche al Nord, sono ormai quasi tutti meridionali.

Non v’è molto da meravigliarsi, la ricerca di un capro espiatorio – di un colpevole che sia altro da noi – è parte della nostra natura di uomini, ed è una ricerca tanto più forte quanto più siamo incapaci e ignoranti nel fronteggiare i problemi e le emergenze che non ci sono familiari. Ma ciò che non può stupire è quanto scarso sia – anche a livello di chi dirige e decide – lo sforzo per cimentarsi sul terreno della diagnosi razionale,  e della costruzione di un corretto rimedio. Quando fondiamo l’economia sullo scambio di beni di consumo, non basta allora essere ricchi, né basta avere realizzato una perfetta macchina che sappia produrre molto, a basso costo, e prodotti di buona qualità. Se questa nostra aurea comunità di prodotti è circondata da un mondo di povertà, se nessuno dunque è in grado di comprare, allora anche la nostra abilità di produttori ne rimane vanificata e sterilizzata.

Il sogno, di qualche lustro addietro, che la progressiva industrializzazione del mondo intero potesse moltiplicare insieme, in perfetto equilibrio, chi compra e chi vende, si è scontrata con una realtà diversa e più dura. L’improponibilità, da un lato, di un modello che traduca in consumi, a livello mondiale, le risorse e l’ambiente; dall’altro l’automatizzazione dei processi produttivi, che espelle manodopera dalle fabbriche e restringe – anziché allargare – l’area della industrializzazione. Nel nostro Paese, non solo il Mezzogiorno non è trascinato nell’orbita del Nord; ma lo stesso Nord è costretto ad attestarsi su una linea difensiva sempre più difficile, per non essere trasformato nel Sud dell’Europa, degli USA, del Giappone. La risposta che il nostro Paese ha tentato – risposta finora gestita dal “Governo Borbonico”, ma (come dimostra l’inesauribile romanzo giudiziario di <<Mani pulite>>) col sostegno e la complicità dei grandi produttori di beni di consumo – è stata quella di trasformare i risparmi in consumi, attraverso i cosiddetti interventi straordinari e la trasformazione dello stato sociale in stato clientelare e assistenziale. Che si trattasse di una risposta effimera e distorta, noi – dal nostro osservatorio meridionale – l’avevamo capito prima di loro.

Eccoci allora, partendo dal punto di vista opposto, ricondotti alle stesse conclusioni cui siamo stati portati altre volte, prendendo spunto da un’analisi dei mali meridionali: l’esigenza di una radicale inversione di rotta che faccia, a partire dal Mezzogiorno ma per diffondersi nell’intero Paese, dei valori d’uso e della conservazione delle risorse – anziché dei valori di scambio, del consumo e degli sprechi – il fondamento di una economia possibile per tutti. E da qui – dalla conservazione e valorizzazione delle risorse endogene – deve partire la proposta di governo di cui Napoli ha bisogno, voltando pagina decisamente e urgentemente. Altrimenti, entro breve, saremo irreversibilmente risucchiati nella arretratezza del Terzo mondo; noi, e dopo di noi il resto del Paese, fino alle Alpi.

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