Ginestra Amaldi

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lettera ginestra amaldi

Edoardo Amaldi era forse il meno brillante fra i giovani fisici noti come i “Ragazzi di Via Panisperna”, ma era solido, affidabile e coraggioso. Fu l’unico, fra di loro, a non lasciare l’Italia e Roma alla fine della guerra. Quando, sul finire degli anni ‘50, il baricentro della mia attività di ricerca e didattica si spostò da Pisa a Frascati/Roma egli era di gran lunga il più autorevole fra i fisici italiani, alfiere e portavoce delle istanze di rinnovamento e consolidamento del sistema della ricerca, promotore dei grandi laboratori nazionali e degli enti di ricerca in ambito italiano ed europeo.

Noi giovani ricercatori ed assistenti lo trattavamo con grande rispetto; al confidenziale “tu” con cui si rivolgeva a ciascuno di noi, e di cui ci sentivamo onorati, noi rispondevamo naturalmente con un deferente “lei”. Era lui, in particolare, che quando uno di noi avesse maturato un curriculum sufficientemente solido, gli consigliava di partecipare ad un concorso a cattedra. Ed era una sorta di rito, che la prima volta che ti incontrava dopo che eri stato consacrato ordinario, lui ti dicesse: “Complimenti! Ti prego, ora dammi del “tu”. Simmetrizzando così,  anche nella forma, i rapporti, e portandoli anche sul piano di una certa confidenza.

Anche a me, era stato lui che, al momento giusto, aveva consigliato di partecipare al concorso per la cattedra di Napoli. Del tutto normale, dunque, che quando mi incontrò mi facesse i complimenti. Ma non mi offerse di dargli del “tu”. Al contrario, cominciò ad darmi del “lei”. Simmetrizzare i rapporti, fra cattedratici, continuava ad essere doveroso; ma quanto alla confidenza, c’era ancora possibilità di scelta, una questione di feeling personale.

Il fatto è che, nel frattempo, c’era stato il ‘69; e certe ferite, provocate in quell’anno dalle contestazioni e dagli scontri generazionali, non erano ancora rimarginate.

E infatti, ci vollero alcuni anni perché, incontrando Amaldi, lui riprendesse a darmi il “tu”. E io, naturalmente, senza commenti, risposi col “tu”.

Ma andiamo ancora avanti un paio di lustri, arriviamo al 1983. Ero a Napoli da una decina d’anni ed ero ormai – quasi – napoletano. Avevo anche scritto, per la collana degli Editori Riuniti “I libri di base” di Tullio de Mauro, alcuni libri di divulgazione scientifica (“Uso dell’Energia Solare”; “Guida alla Teoria della Relatività”; “Che cos’è l’Entropia”; “Come si prende una decisione”).

Mi fu chiesto a quel punto se me la sentissi di scriverne uno su Napoli. Ci pensai un po’, ma decisi di rifiutare; la complessità di Napoli non può essere ingabbiata in un libro di divulgazione scientifica. E tuttavia il tarlo mi rodeva, e decisi infine di scrivere un breve romanzo (“Patruzza, il Dottore e Ferdinando”) che fu pubblicato da Tullio Pironti Editore. Alcuni mesi più tardi, ricevetti una lettera, scritta a mano con grafia incerta e spigolosa, che qui di seguito riporto per intero. Era firmata, come vedete, da Ginestra Amaldi, la moglie di Edoardo.

Poiché anni prima, era noto, Ginestra Amaldi era stata colpita da un aneurisma cerebrale, per cui aveva rischiato di morire – solo la prontezza e la lucidità di Edoardo l’avevano salvata. Ma la lesione al cervello le avevano fortemente menomato la mobilità muscolare. Scrivere quella lettera le era costata una grande fatica, e ciò mi ha commosso. Un pochino, mi hanno commosso anche i saluti da parte di suo marito: si capiva che erano scritti col “tu”, e non col “Lei”.

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